Archivio Attivo Arte Contemporanea
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UGO SAMBRUNI
una vita per l’arte



La vita e e l'opera di Ugo Sambruni
una documentazione a cura di Margherita Sambruni e Rosabianca Mascetti 
Riproduzioni fotografiche © di Alberto Casartelli

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Profilo di Ugo Sambruni della figlia Margherita (1)
(le citazioni riportate tra virgolette sono riprese dagli scritti di Ugo Sambruni)

Carattere complesso: intraprendente, poliedrico, eclettico, moderno, colto, “caparbio per capire le cose”, vulcanico, sempre con idee nuove che realizzava.
Un bell’uomo, carismatico, profondo, gli piaceva stare in compagnia dove era sempre il più brillante di tutti. Incantava sia uomini sia donne.
Forte, libero, impulsivo, passionale, amava la vita e l’ha vissuta intensamente.
Pragmatico, essenziale, onesto, coerente, non veniva mai a compromessi.
Insofferente, insoddisfatto, spesso indisponente, irrequieto, irascibile, estroso, informale.
Faceva opere di bene, in assoluto anonimato, quando lo riteneva giusto.
Per nulla fragile, al contrario energico, potente ed esplosivo.
Talentuoso, ha messo a punto la sua predisposizione innata verso l’arte lasciandoci in eredità la parte migliore di sé: la sua pittura.
Inventore, affermava: «L’arte è invenzione. Per me arte ed invenzione sono la stessa cosa: chi dipinge è “per dire”, chi inventa è “per dare”!».
Uomo fuori da tutti gli schemi e da tutte le mode.
Odiava la mancanza di valori nella società ma era tollerante verso l’uomo, in quanto l’uomo comune, secondo lui, aveva bisogno ancora di tempo per crescere.
Amava la natura, gli animali e in particolar modo i cavalli. Passava giornate intere sul Monte Bisbino fonte di pace, di ispirazione e libertà, rigorosamente da solo, in silenzio immerso nella natura e a contatto con gli animali. Qui nessuno doveva disturbarlo, se non su suo specifico invito. (2) Qui si rigenerava, qui dipingeva, ammodernava la sua casa-studio facendo lavori faticosi, mettendo a dura prova il proprio fisico. Passava lunghe ore assorto in pensieri davanti al camino oppure giocava con i cavalli (3) e un uccellino, a cui aveva dato il nome di Carletto, veniva regolarmente a tenergli compagnia mentre dipingeva all’aperto.
Era un uomo dall’animo buono ma disturbato dagli orrori vissuti in guerra e tormentato da intensi impulsi interiori artistici che lo facevano soffrire.
Amava l’arte sopra ogni cosa e le aveva dedicato tutta la vita.
I suoi quadri erano i suoi figli ma ammirava anche i bravi artisti, senza invidia, perché diceva che: «l'arte migliora l’umanità ed appartiene a tutti!»


BIOGRAFIA
(le citazioni riportate tra virgolette sono riprese dagli scritti di Ugo Sambruni)


Ugo Sambruni nasce a Mariano Comense il 20 aprile 1918 (4) e cresce libero giocando tra la natura; «un bambino apparentemente distratto, che segue il cigolio di una carriola o le mosse di un insetto» con una naturale predisposizione per il disegno. Si potrebbe dire che Ugo Sambruni è nato pittore ed ha vissuto tutta la sua vita da pittore, dipingendo fino ai suoi ultimi giorni. Già all’età di quattro anni a chi gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare da grande rispondeva: «Il pittore!» anche se ancora non sapeva cosa significasse essere un pittore. Inizia ritraendo l’ambiente che lo circonda, i casolari di campagna, gli animali, scene di vita quotidiana. Ama osservare le cose, le persone, ma soprattutto il cielo «sdraiato sul carro del fieno la notte e osservando e portando nei sogni le cose più belle e tranquille… come la Luna nel pozzo». 

La mamma Angela Colombo (5) apparteneva ad una numerosa famiglia patriarcale da cui discende Monsignor Giovanni Colombo, elevato ad arcivescovo di Milano nel 1963 e creato cardinale nel 1965; donna operosa ed energica vorrebbe valorizzare queste doti del figlio, ma gli studi d’arte sono costosi ed è difficile vincere la riluttanza del marito Domenico, «uomo buono e impulsivo, d’animo nobile, un poeta con il coltello che fa il macellaio, professione che non gli si addice» e che vorrebbe per il minore dei suoi quattro figli un lavoro meno incerto. (6)

(7)

Dopo molti ripensamenti scelgono di iscriverlo a Milano alla Scuola Superiore d’Arte Sacra Beato Angelico, fondata nel 1921 dal “poliedrico” monsignor Giuseppe Polvara, dove il giovane Sambruni studia sotto la guida di Carlo Emilio Gadda, che gli trasmette la passione per la musica classica, e Mario Tantardini, ambedue figure determinanti per la sua formazione. Risale all’età di 14 anni il suo primo lavoro artistico frutto di un’ispirazione scaturita da un dono ricevuto da Carlo Emilio Gadda, una radio a galena costruita con mezzi di fortuna. Il giovane Sambruni cercando un luogo adatto per captare il segnale si avventura sopra i boschi del castello di Mariano e quando «quell’aggeggio rudimentale si mise a funzionare» provò una tale sensazione, quasi una scossa, un senso di libertà, una forza interiore irrefrenabile che lo spinse ad esprimersi con la pittura. (7)

(8)

Gli insegnamenti di Marco Tantardini furono determinanti per indirizzarlo sulla giusta strada. Sambruni lo ricorda come «un ometto alto un metro e cinquanta, uomo buono e amante della montagna, dotato di un’energia e di un’intelligenza senza pari» che gli ha insegnato tutto il necessario per esprimersi da un punto di vista artistico.
Alla Beato Angelico ogni venerdì tiene lezione anche Don Carlo Gnocchi che ritroverà sul fronte di guerra e di cui resterà amico per la vita. Assieme al suo compagno di scuola Ennio Morlotti «silenzioso, grande disegnatore e colorista» si iscrive poi a Milano all’Accademia di Belle Arti di Brera e studia con Francesco Messina, Marino Marini e Aldo Carpi. «Fu papà Carpi, come lo fu per tanti altri, che mi aiutò a svegliarmi, tanto più che notava la mia irrequietezza. Fu lui per primo con i suoi occhi belli e quegli ampi movimenti delle mani e delle braccia a portarmi alla pace e alla ricerca delle mie vere capacità». 
(8)

I suoi primi lavori furono ispirati dal paesaggio brianzolo, (9) i casolari dei contadini, il fiume Lambro, i cavalli rossi nei prati, accampamenti di zingari e piccoli circhi (10) e poi le processioni di paese (11) e i chierichetti , tanto da essere soprannominato in paese “il pittore dei chierichetti”, (12) che ritraeva usando tonalità accese di rosso e di blu ad osanna di un Dio benevolo e benedicente. Ha già sviluppato un proprio stile personale, una particolare tecnica di impasto del colore e di uso del bianco e delle ombreggiature, ma vi sono molte lacune ancora da colmare e il diverso approccio all’arte, del sentire e del vedere l’arte in Accademia è fonte di continue discussioni con i compagni.

Inizia la sua attività espositiva partecipando nel 1939 ad una Mostra Nazionale del Paesaggio alla Galleria Wemer di Milano e sempre a Milano alla Galleria della Spiga. (13)

Lo scoppio della seconda guerra mondiale stravolge tutti i suoi piani e lo vede chiamato a «fare una passeggiata di sei giorni» con il 5° Alpini, Battaglione Morbegno, (14) prima sul fronte francese, dove lui preferirebbe «studiare l’arte francese anziché fare la guerra ai Francesi», partecipando alle azioni sul Monte Bianco descritte dal suo compagno d’armi Curzio Malaparte nel suo romanzo “Il sole è cieco”. Dal fronte francese passa poi a quello greco-albanese dove ritrova il suo insegnante della Beato Angelico, Don Carlo Gnocchi con il quale stringe un’amicizia fraterna che durerà tutta la vita. Don Carlo Gnocchi è stato proclamato beato il 25 ottobre 2009 a Milano in Piazza Duomo dall'allora arcivescovo, il cardinale Dionigi Tettamanzi a nome di papa Benedetto XVI.

Dopo la sanguinosa disfatta del 4 aprile 1941 sul Guri i Topit «dove i morti erano i più fortunati», (e dove morì un altro insigne comasco Adriano Auguadri) nella ritirata, contravvenendo agli ordini, salva da un fossato un bersagliere portaordini ferito, se lo carica in spalla e dopo lungo camminare riesce a metterlo in salvo sull’ultimo mezzo in fuga. Prosegue poi da solo e dato ormai per disperso viene fortunosamente ritrovato in condizioni pietose lungo la strada per Pogradec, immerso nella melma del fiume per evitare di essere catturato dai Greci o mitragliato dal terribile aereo Pippo. È proprio grazie alla luce tenue della luna e al buio della notte che Sambruni riesce a nascondersi e a trarsi in salvo. (15) «Caricato, gambe all’aria, su un sidecar» viene trasportato all’ospedale da campo di Elbasan dove «dopo un lungo sonno da morto» si risveglia sotto un attacco aereo in una visione apocalittica. La degenza fu lunga e difficile, date le sue condizioni di salute, e la suora che lo accudisce gli rivela che sono stati tutti quei fogli che gli hanno trovato addosso a salvarlo dal congelamento. Si trattava di tante piccole opere realizzate, su foglietti per radiotelegrafisti, con mezzi di fortuna, usando il grasso antiruggine delle pallottole, del dentifricio e incidendo e lavorando quel poco di colore che aveva a disposizione con rametti ottenendo così un effetto quasi di mattonelle di maiolica. Con quelle opere verrà organizzata una mostra a Tirana e, quando verrà promosso a ufficiale per meriti di guerra e insignito della Medaglia al Valore dal generale Giulio Martinat, Sambruni chiederà in cambio di avere carta, colori e pennelli. (16)

Con le stesse opere Sambruni avrebbe dovuto illustrare il libro Ali e stelle”, titolo ripreso dalle parole da lui incise sul nastrino di pelle del suo cappello d’alpino, un diario dei molti e inutili sacrifici che le guerre impongono a uomini sbattuti a combattere al fronte; un libro di denuncia destinato alla stampa, che aveva destato l’interesse di Curzio Malaparte e Giuseppe Novello, ma che è andato disperso. (17)

Con una serie di queste sue opere sulla guerra Sambruni espone nel 1942 alla prima mostra “Artisti Italiani in Armi” (18) al Palazzo delle Esposizioni di Roma, mostra inaugurata il 6 giugno alla presenza del Re Vittorio Emanuele III e di Benito Mussolini. Il Re si soffermerà a lungo ad osservare le opere con una particolare attenzione per quella che riproduce i militi alla confessione prima di andare all’assalto e gli dice: «Bravo» mentre il Duce gli chiede: «Quante bombe a mano hai lanciato?»

La successiva grande partecipazione sarà alla XXIII Biennale di Venezia Padiglione del Regio Esercito (nel padiglione della Gran Bretagna ai Giardini) (19) e infine alla XI Sindacale d’Arte presso l’Istituto Cesare Battisti a Bolzano.

L’8 settembre 1943 è a Bolzano di stanza al Passo della Mendola a bloccare i camion che salgono e con un gruppo di commilitoni riesce a sfuggire ai tedeschi e trovare scampo a San Romedio in Val di Non: in tasca ha solo un lasciapassare da giornalista-artista. È in questa occasione che perde tutta la sua documentazione del libro “Ali e stelle”. Con un mandato di cattura sulla testa che lo segue inesorabilmente, sceglie di unirsi ai partigiani e per la sua attività e impegno nei comitati di liberazione riceverà nel 1963 La Croce al Merito di Guerra.

Rientrato finalmente a casa aiuta l’amico Don Gnocchi con i suoi mutilatini, insegnando disegno presso l’Istituto Mamma Irma di Erba, e trova lavoro a Milano come stampatore. Si sposa e crea una famiglia con Raffaella, sorella di un suo compagno d’armi da lui salvato in guerra, ma tutto sarà sempre una dura conquista perché dalla “sporca guerra” - come era solito dire - è tornato segnato fisicamente, con una gamba ferita e mal curata che gli creerà sempre problemi, e con una ancor più profonda lacerazione nell’animo, di quelle che difficilmente si riescono a rimarginare. 

(19bis)

Sarà sempre considerato un uomo dal carattere scontroso, difficile, turbolento che ama l’isolamento e il silenzio, ma solo perché è nel silenzio e nell’isolamento che l’artista produce la sua arte, la sola che possa alleviare la sua insofferenza, la sola che possa esprimere ciò che sente. Non l’uomo ma le opere saranno a parlare per lui con il loro linguaggio.
A volte non firma neanche i suoi lavori, perché sono i “suoi lavori”, sono unici, riconoscibili; altre volte sostituisce la firma con l’impronta del pollice, una sigla, una frase, poche parole o la misura 2x2h3 che non è altro che la dimensione di un minuscolo spazio espositivo che ha aperto in centro a Cernobbio proprio a pochi passi da "La Riva” la storica passeggiata a lago. In questo scrigno «lo spazio giusto per mettere un cavalletto» letteralmente tappezzato di sue opere, Sambruni siede a «scrivere di sé per lasciare una traccia di verità umana» e si intrattiene con i passanti interessati all’arte.

Con la sua arte può dichiarare, anzi urlare, sfogare il suo rancore verso una società che percepisce arida di valori e verso tutte le nefandezze che l’uomo si ostina a perpetrare. Nascono così opere dedicate alle “battaglie inutili” perché la guerra, secondo Sambruni, «è la cosa più spaventosamente inutile che l’uomo abbia inventato e continuerà purtroppo a inventare». (20)
Battaglie inutili” sono anche quelle che l’uomo conduce nella vita di tutti i giorni e che lo portano ad un’inutile corsa verso un traguardo che non può che essere il nulla.
E dal momento che l’artista non può estraniarsi dal proprio tempo, sia per il proprio vissuto sia per solidarietà a tutti coloro che vengono involontariamente coinvolti in conflitti, produrrà opere in cui dichiara il suo NO lacerante al conflitto del 1982 tra Regno Unito e Argentina per le Isole Falkland, alle guerre del Kosovo del 1999, agli attentati dell’11 marzo 2004 di Madrid... Lui stesso si identifica in un “Combattente abbandonato” 
(21) un uomo che si sente esule, lasciato indietro da una società ingiusta a combattere con la sua arte le nefandezze che l’uomo continua a perpetrare, testimone di una realtà cruda che la gente cerca di non vedere. Ancora il 28 febbraio 2005 in una pagina di diario scriveva: «Ma perché tutto questo? Ho ancora sulla pelle il dolore della “porca guerra” che si riflette nell’arte ancora oggi a 86 anni!»

È questa fondamentalmente la ragione del suo ritirarsi a lavorare nel silenzio della casa costruita a 1325 metri sul Monte Bisbino di Cernobbio sul Lago di Como, isolato in mezzo al verde, tra cavalli lasciati liberi, dove può dedicarsi all’osservazione della natura. (22) Il progetto, avviato nel 1964, nel pensiero di Sambruni prevedeva una casa per gli artisti con un’ampia sala espositiva e si ispirava ad un’idea del gallerista e critico Guido Le Noci che nel dopoguerra avrebbe voluto creare sul Bisbino una struttura atta ad accogliere le opere dei migliori artisti del Novecento.
Si assicura un appezzamento di terreno ben esposto che conserva ancora le vecchie trincee scavate durante la prima guerra mondiale e vi costruisce la “sua” casa che chiama “Il Triangolo del Sole”. 
(23)

Qui immerso nella natura può dedicarsi alla sua arte e studia la vegetazione dei prati e del sottobosco. (24) Resta affascinato da quel groviglio di piante ed erbe, ora spinose ora carnose, ora in stato vegetativo o di putrescenza, che per l’artista sono sicuro mascheramento per un “mondo incantato”: una sorta di mondo dove l’artista può rifugiarsi a meditare sulla propria personale evoluzione artistica, sulla precarietà dell’uomo e dello scempio che produce sulla Terra.
Qui l’uomo indisponente e irascibile si trasforma nel “pittore del silenzio” dedicandosi all’osservazione delle piccole cose come dei fiori appassiti 
(25) (26) che pur perdendo linfa vitale conservano un loro vissuto «in essi c’è una verità cruda che la gente cerca di non vedere». Seccando i fiori assumono colorazioni particolari, profonde, quasi spirituali, fonte di ispirazione per nuovi cromatismi.

Sambruni è di fatto un tecnico delle cromie avendo operato per molti anni in campo serico con una propria attività “L’arte sui tessuti” ottenendo grandi successi in Italia e all’estero. (27) Aveva suscitato infatti l’attenzione delle grandi case di alta moda producendo pezzi unici stampati a mano con quadri di stampa oppure utilizzando un macchinario ecologico con stampa a cilindri, da lui stesso progettato, che permetteva di ottenere simultaneamente un numero illimitato di colori conferendo al disegno su seta un effetto cromatico tridimensionale, pur mantenendo al tessuto la sua leggerezza, morbidezza e luminosità. A questo macchinario ecologico di sua invenzione aveva dato il nome di “La macchina mille (1000) colori”.
Nel 1974 decide di chiudere la seteria per dedicarsi totalmente alla sua arte pittorica e sperimentare e perfezionare nuove tecniche personalissime.

Pur continuando a presentare i suoi lavori in mostre, rassegne e premi lavora isolato nella sua casa-studio (28) (29) dove può meditare sull’umanità con tutte le sue contraddizioni, andare alla scoperta del principio di ogni cosa, al mistero inesplorato o inesplorabile dell’origine della vita. Ed è così che sotto la spinta creativa nascono figurazioni imprevedibili, scarne, essenziali, rievocazioni di sensazioni arcaiche sospese nel vuoto fatte di aggregazioni di colori intensi, materici. Fantasmi che danno vita ai suoi sogni che con irruenza emotiva l’artista scarica sulla tela, trasferendoli nella realtà. Il senso della morte in realtà è desiderio di vivere, di sopravvivere, in lui tutto è confronto e contrasto, amore e odio, orrore e bellezza, istinto e riflessione.

(31)

Tutto questo Sambruni lo identifica in alcuni soggetti preferiti: primi fra tutti i cavalli che vede liberi sul Monte Bisbino, simbolo di nobiltà ed intelligenza, potenza e coraggio, passione e libertà. (30) (31) Aveva progettato anche la realizzazione di un monumentale cavallo di 11 metri d’altezza da collocarsi in vetta al monte, sul piazzale dove finisce la carrozzabile lungo il lato rivolto verso la Svizzera. Un “Cavallo Arcaico” (32) ottenuto raccogliendo le pietre abbandonate lungo la vecchia strada realizzata durante la prima guerra mondiale che porta in vetta e che era stato pensato come un lavoro corale, che coinvolgesse la comunità di artisti e amanti del luogo. Progetto disatteso e rimasto in sospeso ma che Sambruni ha sempre perorato fino ai suoi ultimi giorni di vita, in una sorta di testamento spirituale. Con le sue mani realizzerà un altro cavallo di dimensioni più ridotte lungo la carrozzabile in corrispondenza del muro di cinta della sua casa-studio. (33(34)

Un animale in cui l’artista si riconosce è il gallo: (35) vitale, ardito, aggressivo, dal portamento fiero, in araldica rappresenta il nobile guerriero e la sua vittoria, ma è anche simbolo di vigilanza, di risveglio, colui che scaccia le tenebre e gli spiriti della notte con il suo canto.
C’è molto mistero nelle opere di Sambruni dove tutto sembra essere sospeso tra luce e tenebre, tra reale e irreale, come negli studi sulla luce; luce che l’artista interpreta come presenza salvifica, come maestra di tutte le cose: senza la luce nulla esisterebbe. È la luce che dà morbidezza ai nudi femminili, anzi, l’artista pensa che ci sia «sempre bisogno di una luce che può essere quella di una donna il cui valore diventa luce plasmabile» 
(36). La donna che è luce e produce luce di bellezza e di sentimenti. E poi c’è la lampadina, interprete di molti lavori, “maestra di vita” (37) presenza rassicurante, perché fonte di luce, metafora del pensiero, della creatività, un dono prezioso che ci è stato dato e che non va sprecato per cui l’esortazione dell’artista è che se nella vita «l’uomo non sveltisce la propria mente e non accende le proprie lampadine si perderà sulla terra che lo ospita».

 (37)

L’uomo è sempre al centro della sperimentazione di Sambruni. Con pezzetti di legno e fil di ferro si costruisce una marionetta, essenziale ma molto snodata da poter far interagire e muovere a suo piacimento. (38) Con essa studia nuove movenze, posture, (39) o, semplicemente, lasciandola cadere affida al caso il risultato di nuove posizioni assunte dai personaggi delle sue opere. (40)
Nascono figurazioni estremamente materiche ma mosse da un’emotività impalpabile, figure nate da un’arte simultanea in quanto regalano emozioni immediate 
(41) mentre in altri casi sono corpi allo specchio. (42)

(42)

Figure che sembrano muoversi in una dimensione altra lasciando sulla tela solo la loro “Presenza” (43) a denuncia del vuoto esistenziale in cui l’uomo è costretto a vivere: di lui resta solo una giacca vuota, la sua esteriorità dal momento che la società contemporanea l’ha svuotato di tutti i suoi valori. Lo stesso accade all’artista che, (44) sentendosi tradito, abbandonato, dietro di sé sulla tela lascia il suo abito, costretto a ritirarsi, a sfuggire per non dover tradire i propri ideali.
Per la figlia Margherita crea invece il dipinto “
Un abito per Margherita” 
(45) e immagina di farlo realizzare dalla sua seconda moglie Carla, titolare di un noto atelier di moda di Milano. Il modello presenta cuciture e pieghe, metafore delle prove inevitabili che la vita pone ma comprensibili e affrontabili tramite la consapevolezza, l’accettazione e la saggezza di chi vive con fiducia, responsabilità e gratitudine. Si tratta di un augurio di buona vita che l’artista auspica per sua figlia. (46)

In questa fase artistica Sambruni “ricuce e rimargina” anche i famosi tagli di Lucio Fontana, (47) quelle lacerazioni e buchi inferti alla materia che si aprivano su un universo misterioso oltre la tela ora, richiuse, ci riportano ad una accettazione del presente.
Un qui ed ora,
dove semplici oggetti d’uso comune, celati sotto uno strato di colore bianco e grigio, riemergono dalla superficie perfettamente piana della tela in tutta la loro tridimensionalità tanto che viene voglia di toccarli: «Non mancavano nelle mie esperienze pittoriche i volumi fatti di luce dove lo spettatore toccava con la mani la tela liscia».
Un inganno ottico sapientemente studiato per farci riflettere sulla nostra presenza sulla terra che, nel momento stesso in cui la viviamo, è già un passo verso l’assenza. 
(48) Ai curiosi che gli chiedevano quale tecnica usasse per realizzare queste opere, l’artista, scherzosamente rispondeva che la sera prima di coricarsi metteva tutto l’occorrente sul grande tavolo di marmo verde della casa di Cernobbio e la mattina seguente, appena sveglio, le trovava già belle che fatte a regola d’arte.

La tematica della “presenza-assenza” viene trattata da Sambruni attraverso la rappresentazione della sedia. (49) Nel mondo dell’arte un oggetto così funzionale come la sedia è diventato a volte personaggio, a volte ritratto psicologico, un nome tra tutti le sedie di Van Gogh. Le sedie di Sambruni sono un richiamo al tempo che passa, sono sedie vuote, simbolo di mediazione tra coloro che vi si sono già seduti e coloro che ancora non l’hanno fatto; testimoni silenziose di presenze che hanno lasciato traccia di sé e di futuri fruitori che ne faranno esperienza. «Le mie sedie sono impacchettate per non disperderne i pensieri o imbrigliate per evidenziarne la forza». L’artista ci vuole ricordare che siamo tutti collegati e che abbiamo responsabilità verso noi stessi e verso gli altri e che nessuno dovrebbe rifuggire dai propri doveri e dalle conseguenze delle proprie azioni.

La vita artistica di Ugo Sambruni è stata molto lunga e molto attiva, basti scorrere l’elenco delle mostre e rassegne a cui ha partecipato ed i premi e riconoscimenti ottenuti. Perennemente impegnato in nuove sfide nel 2000, a più di ottant’anni compiuti, conclude un ciclo di affreschi di 12 metri lineari, realizzati sul muro esterno della Chiesa della Madonna del Carmelo a Stimianico di Casnedo sopra Cernobbio dove abita. Da un lato una “Ultima Cena” dove i dodici apostoli seduti attorno ad una povera mensa esprimono nella tensione dei gesti e delle mani il presentimento degli eventi imminenti e dall’altra una “Annunciazione” in cui la Vergine, da semplice donna accoglie umilmente il messaggio divino. Le due immagini sono state realizzate con una tecnica molto particolare mescolando i pigmenti direttamente alla malta e stendendo l’impasto colorato con spatola e pennello. (50(51)

Un anno prima della sua morte, nel 2010 la Città di Cernobbio lo inscrive nell’Albo d’Oro della comunità in riconoscimento del suo appassionato impegno sia in campo professionale che artistico svolto a Cernobbio. (52) Ha compiuto 92 anni e sta lavorando a due progetti lasciati nel cassetto: un catalogo delle sue opere, per sole immagini, che rappresenti il silenzioso isolamento in cui ha sempre lavorato ed una biografia dal titolo “Ali e stelle”, lo stesso scelto per il libro di memorie di guerra andato perduto durante l’occupazione tedesca, e che riprendeva le parole incise sul nastrino di cuoio del suo cappello d’alpino.  Ugo Sambruni muore l’8 gennaio del 2011.


(53)

Ora il pittore ci saluta togliendosi il cappello
e ci augura: “Cose belle”.


Nel 2017 a Roma allo Stadio di Domiziano a Piazza Navona viene allestita a cura dell’Istituto storico e di cultura dell’Arma del Genio la mostra “Artisti Italiani in armi: la collezione ritrovata” Ugo Sambruni è presente con le famose opere realizzante nel 1941 in Albania sul monte Guri i Topit teatro della sanguinosa battaglia del 4 aprile durante la quale il suo battaglione Morbegno venne annientato. Si tratta di un corpus di opere ritrovate durante i lavori di restauro dell’edificio che ospita l’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio, facenti parte della grande mostra (797 opere di 126 artisti), inaugurata il 6 giugno 1942 da Re Vittorio Emanuele III presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma e successivamente presentata tra il 1942 e il 1943 alla Biennale di Venezia, a Berlino, Monaco, Vienna, Budapest e Bucarest. 

(54)




Postfazione di Michele Caldarelli - maggio 2026

Ricordo Ugo Sambruni, frequentatore assiduo della galleria "Il Salotto", fondata nel 1965 dalla mia famiglia a Como, e in particolare nell'ambito di due sue mostre personali nel 1971 e poi nel 1980.

Erano anni di grandi cambiamenti nel mondo artistico e non solo, per me formativi nell'ambito della trasversalità disciplinare e furono diverse le occasioni in cui Sambruni, passando in galleria, mi coinvolgesse più volte in confronti reciproci anche molto vivaci. L'idea che la cultura e il fare artistico dovesse nutrirsi anche di altro, oltre a ciò che fosse più strettamente pertinente agli insegnamenti accademici prima, e alle mode spinte dal mercato poi, ci accomunava pur nella differenza di età. La creatività di Ugo Sambruni poggiava solidamente su questioni fondamentali basate sulla libertà espressiva quanto sulla conoscenza della storia e delle tecniche artistiche, facendo tesoro di tutte le esperienze degli autori del passato e, contemporaneamente, formando la propria personalità a tutto campo. Era persona colta e dalle sue opere traspaiono gli insegnamenti della Bauhaus (Bruno Adler, Theo van Doesburg, Paul Klee, Kasimir Malewitsch, Piet  Mondrian, Oskar Schlemmer) quanto le esperienze italiane, e non, della stagione informale, della composizione armonica figurativa o astratta (vedi un sintetico panorama nel catalogo di una mostra del  Solomon R. Guggenheim Museum e, non ultima, l'espressione simbolica, elaborando temi ricorrenti come, nella figurazione del cavallo, la sedia o il gallo e, nell'astrazione, la luce, il tempo e lo spazio. Si ragionava spesso sulle matrici ideali della geometria pura e della figurazione, in quegli anni filoni artistici tanto antagonisti da suggerire anche ad artisti affermati di negare di aver avuto esordi figurativi. Maturavamo considerazioni anche sull'Informale, il Surrealismo, il Concettuale e via dicendo, sull'inutilità della ghettizzazione a mo' di conventicole, più che di gruppi pertinenti alle varie forme di produrre e intendere l'arte. Ugo Sambruni era artista a tutto tondo fedele solo, con assiduità, all'armonia compositiva che ritroviamo in ogni suo dipinto, tanto che, con un esperimento filmico (vedi), ho ricercato e testimoniato il suo uso della Sezione Aurea, di quella Divina Proporzione ben definita da Luca Pacioli e ritrovata in tutta l'arte da autori come Matila Ghika o Funk Hellet, ripresa anche in architettura da Le Corbusier nel suo Modulor (1) e (2) e documentata ampiamente da una mostra-convegno presso la Triennale di Milano nel 1951.

Colgo l'occasione per ringraziare Margherita Sambruni e Alberto Casartelli per avermi fornito i materiali utili alla formulazione di questo profilo di Ugo Sambruni.


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