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UGO SAMBRUNI
una vita per
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TESTI CRITICI
Di Ugo Sambruni hanno scritto Giulio Andreotti, Piero Airaghi, Giovanni Anzani, Sergio Angeletti, Marziano Bernardi, Ilona Biondi. Michela Beretta. Stefania Briccola. Antonio Boniolo. Lea Borelli, Luigi Cavadini, Paolo Cassiani Ingoni, Domenico Cara, Mario Carzaniga, Michele Cennamo, Mario Chiappini, Alfio Coccia, Giuseppe Curonici, Gavino Colombo, Delio Caronti, D. Caravela, Donato Conenna, Stefano Crespi, A. Dodi. Giuseppe De Lorenzo, Patrizia De Pasquale, Laura Di Corcia, Luigi Erba, Maria Fagnani, Alberto Favaro, Barbara Faverio, Vera Fisogni, Martita Fardin, Franco Reale Frangi, Francesca Gambino, G. Gastaldi, Giorgio Kaisserlian, Annalisa Lattuada, Mario Longatti, Marco Luppi, E. Lecci, Giuseppe Laterza, Curzio Malaparte, Enotrio Mastrolonardi, Rinaldo Meda, Morando Morandini, Maria Rita Moretti, Silvio Negro, Mario Portalupi, Nino Podenzani, Mario Radice, Bruno Rosa, G Sapori, Roberto Sanesi, Walter Visioli, Francesco Vincitorio, Nicola Valsecchi, Pablo de Vallauris, Pino Zanchi.
Giuseppe Laterza 1940 «Penetri in questa stanza dove Sambruni lavora con la sensazione di profanare un sacrario pagano. Un sole avaro che si stempera nel riquadro di una finestra primitiva, una ridda di tele, di colori, su un polveroso cafarnao dove tutto s’affastella nell’inconsapevole armonia dell’incomposto.[…] Nelle sue tele traspare quel suo tormento intenso che inchioda la sua irrequietezza nella rapidità del segno e nella spontanea narrativa del colore […] c’è tutto il delirio della sua insoddisfazione che si scatena nell’ansia di costruire una tavolozza che lo appaghi».
Silvio Negro in «Corriere della Sera» 7 giugno 1942-XX «In Albania l’allievo ufficiale Ugo Sambruni ha fissato in un gruppo di piccole tempere aspetti della guerra degli alpini con una purezza e felicità di sintesi da liberarsi di volo dal peso dei vecchi e logorati schemi».
Giulio Andreotti 1942 «Pura “poesia di guerra”».
Mario Radice «L’Ordine» 1960 «… La pittura astratta di Sambruni si pone a metà strada fra l’arte informale e l’arte costruita. Ugo Sambruni possiede e domina, per la sua lunga esperienza, i cosiddetti mezzi tecnici, ossia quella parte del mestiere che riguarda la scelta e l’uso manuale e appropriato dei colori e delle alte materie necessarie per costruire il dipinto. Con il suo corredo di cognizioni tecniche e pratiche e con la sua esperienza Ugo Sambruni può fare ciò che vuole e potrebbe anche fare meglio ancora; ciò che gli auguro sinceramente».
Giorgio Kaisserlian «Possibilità emotiva di uno spirito difficilmente contento a soluzione piacevoli»-
Mario Radice in «Corriere della Provincia» maggio 1966 «Il tema preferito da Sabruni è la vegetazione del sottobosco, l’accavallarsi di erbe vive e secche, il groviglio di sterpi, le stoppie, il ginepraio inestricabile fra i roveti e i virgulti spinosi e prunosi, i nidi di erbe fra grumi di foglie marce al piede dei grandi alberi. I colori preferiti sono i bruni e i gialli terrosi con qualche filo verde e pochi rossi. Le opere più significative hanno un aspetto indubbiamente gradevole e meritano l’attenzione degli amatori d’arte».
Delio Caronti 1966 «Il pittore Sambruni raccolto nella solitudine da lui prediletta ha lavorato intensamente… ed è giunto ad una sua nuova fase di lavoro che ha avuto ispirazione dalle vegetazioni della montagna. Ma tra le erbe è talora un mondo incantato che si rivela nei toni pittorici che l’artista ha saputo rendere con delicata armonia. Grandi quadri, tonalità che richiamano quelli di maestri del passato, un intricato e sconosciuto mondo vegetale, meditazione ed espressione dell’artista, sempre in una sua fase di evoluzione e personalissima».
Nino Podenzani in D’ARS IX n.41-42 1968 «Un giorno Sambruni stanco, stordito, nauseato delle case e degli asfalti cercò il silenzio, la solitudine e il verde della primavera irrompente. E aggredì la montagna che sovrasta il suo lago e la sua città. Quando la strada che sale alla cima gli apparve troppo lenta e troppo comoda, egli arrancò tra sassi, radici e rovi, su, verso quel poggio che si offriva al sole in mezzo ai larici e agli abeti; e con le mani, con le unghie, con l’ansia di una liberazione dalla comunità, scavò nell’ultimo pendio un viottolo con pietre e rami che egli stesso costringeva all’aiuto del passo in salita. Giunto lassù, Sambruni comprese che non avrebbe più potuto accettare la pianura e la necessità dei gesti e delle parole di tutti i giorni. Lassù egli costruì da solo, smottando le zolle scavando nella roccia, impastando calce e cemento, aggiungendo mattone a mattone, il rifugio per sé e per l’arte sua; rifugio estroso e luminoso alto sopra il lago e la città, chiuso alla vanità e alla curiosità, aperto alla contemplazione, alla meditazione, alla gaudiosa sofferenza della creazione. Sambruni è pittore lassù. Se abbraccia la terra, egli ne sente le vibrazione ascose; il seme, il germoglio, la foglia, il frutto, attraverso la luce gli rivelano forme, colori e significazioni prodigiose: se egli sta riverso a contemplare il cielo, le nuvole non gli oscurano l’orizzonte ma gonfiano lo spazio di rappresentazioni e di illuminazioni rivelatrici. Sambruni pittore dalla terra e dal cielo riceve la grazia di amare, di comprendere, di esprimere gli incantesimi di una foglia o di una radice o di un tralcio anche disseccato; o di uno sterpo contorto e ammuffito; o di una pietra che ha un volto e quindi, per lui, un’anima. Pittore non legato al passato e ancor meno al proprio; non proteso all’avvenirismo per smania di classifica alla moda; attento tuttavia alle astrazione e alle trasfigurazione per una sua ansia interna che gli dà pace soltanto ad opera compiuta. Ugo Sambruni dice e dirà ancora parola che vanno a tutti, che a tutti portano un messaggio che è di fiducia nella vita, di gratitudine per il dono della vita, di solidarietà nelle pause e nei patimenti della vita, con aderenza alla realtà della natura e insieme e soprattutto con espansione nelle ascese spirituali dell’uomo e dell’artista».
Franco Reale Frangi «Sambruni ora si esprime in mondi nei quali la natura detta forme tradotte in tormentati intrecci, rivelatori del suo animo esacerbato e combattuto. Egli ha scoperto di poter penetrare in un fiore fra l’erba o nei fitti rami di un bosco e rivelarne, in un incantato scenario tutta l’intima poetica, espressa con un segno spezzato e continuo. Questa sua poetica dirige, sensibile e sicura, una sinfonia di colori che si impostano di terre smaltate di chiaroscuri e si intensifica e si eleva creando sottili e contorte ramificazioni che danno vita ad apparizioni fantastiche. Sambruni ha trovato la sua certezza, tramite la quale proseguirà il cammino che lo porterà a rivalutare se stesso, senza deviazioni, proponendo e esaltando nuove tematiche che porteranno lo spettatore a una visione più umana e spirituale di questa nostra epoca».
Francesco Vincitorio in Notiziario Arte Contemporanea 1970 in occasione della mostra alla galleria Angolare di Milano a cura di Giovanni Anzani «Un discorso denso di umore, dove una tragicità di fondo si attorce e si impenna, facendo – specie di queste sue forme vagamente antropomorfe – uno specchio della sua esistenzialità».
Pino Zanchi - Giornale di Pavia 1970 «Espressione pittorica di genuina, quasi commovente ricerca quella di Sambruni ove l’ansia dello spazio, quel vagare tra le immaginarie nuvole, diventa un cammino che può portare, benissimo, lontano».
Alfio Coccia - Giornale di Bergamo 1970 «Chi conosce la vita del Sambruni conosce anche il passaggio sofferto della sua arte presa da una espressione che va alla ricerca del particolare per spezzarlo ancora e ricavare da esso il seme per uno studio ulteriore. Sambruni, con questo tarlo che lo consuma senza però togliere nulla alla sua forma espressiva, è, forse, sempre alla ricerca del nuovo, percorrendo una strada difficile e perciò di avanguardia».
Giovanni Anzani 1970 «Rude e libero, solido e semplice, rinuncia alle sovrastrutture inutili ricorrendo ad un linguaggio volutamente spoglio che gli permette di cogliere, nella rappresentazione dell’epos umano-naturalistico, il senso amaro e disincantato della realtà».
Giovanni Anzani 1970 «Nel
mondo figurativo contemporaneo Sambruni rappresenta un caso
inquietante di irrazionalismo e la matrice della sua visione
artistica rientra nel paragrafo della solitudine ontologica
dell’individuo, ossia di una condizione umana intesa come eterna ed
immutabile, senza prospettiva alcuna se si esclude quella mistica.
Enotrio Mastrolonardo 1971 «Ugo Sambruni non ha mai voluto porsi il problema di una totale rottura con il vero e di una negazione dei comuni mezzi pittorici per un opportunistico e attualistico tentativo di oggettualizzazione della sua espressione, perché la sua sincerità d’ispirazione e il suo caldo sentimento umano per le cose del mondo lo hanno sempre trattenuto nell’ampio e vivificante respiro della realtà. Ma la realtà di Sambruni non è quella comunemente intesa, fatta di apparenze e di illusioni ottiche o di una rappresentazione aneddotica della vita, resa tutta in superficie; ma quella interna ch’egli porta dentro di sé, nel profondo dell’anima, con le sue passioni e i suoi sentimenti; è nella zona più segreta della mente, con gli impulsi inafferrabili dell’intelligenza e gli stimoli inquietanti della fantasia, attraverso cui la natura e la vita ne escono sorprendentemente e potentemente trasformate, assumendo forme e aspetti di una diversa raffigurazione e di una nuova dimensione. […] Se fermenti umani, intuizioni psichiche, come del resto evocazioni oniriche e ricordi ancestrali sono indubbiamente alle origine emotive ed esistenziali di questa visione, agendo su di essa come stimolo e come motore di una dinamica della fantasia, dobbiamo anche constatare che la veste di cui questa visione si ricopre si compone di elementi di un ben precisato vitalismo pittorico. […] La violenza cromatica, fatta di rossi accesi, azzurri profondi, gialli solari, verdi smaltati, ocre dorate, si accorda intimamente con la visione, riempiendo gli spazi materici e rafforzando le strutture compositive, accentuando il movimento del disegno e cercando emblematicamente le immagini, in un intenso clima di sospesa drammaticità e di muta angoscia, quale si può cogliere nella pittura di Ugo Sambruni, in cui si riassume efficacemente l’azioni critica e operativa della sua tormentata generazione, con il senso stesso della storia».
Rinaldo Meda ne «Il Cittadino» di Desio 23.1.1971 «Sambruni è un artista che attraverso un lungo travaglio ha saputo da una parte essere fedele a quel suo mondo così cromaticamente vivace, così sofferto e vissuto e dall’altra, prestar occhi al rinnovarsi estetico che altro non è che la evoluzione – se non dei contenuti – della forma. Per questo, nel pieno della maturità Sambruni ci sorprende per una innata freschezza e ricchezza di invenzione». Maria Fagnani L’Ordine 1972 «Mai sazio del risultato raggiungo, come se un demone implacabile lo obbligasse a rendere sensazioni e pensieri in un’ansia di perfezione, l’opera di Sambruni è una continua ricerca. Fecondo d’ispirazione e versatile, anzi più che versatile, poliedrico».
Giuseppe Laterza in Catalogo d’Arte Contemporanea 1976 «Sambruni, questo mistico, arso di una demoniaca febbre, è l’alfiere tormentato di un panteismo in cui le tinte affogano come l’urlo dei sensi che si spegne nell’abisso di una desolata scoratezza. Quel suo sensualismo mistico, quel suo sentirsi fremere da una febbre ad ogni istante più forte, quel suo tormento intenso che inchioda la sua irrequietezza, nella rapidità del segno e nella spontanea narrativa del colore. […] Sambruni ci ha sorpreso nella breve e asciutta espressività dei suoi lavori nei quali si avvertiva con la fatale impotenza a dire tutto di sé perché è semplicemente inumano tentare l’inesprimibile. Sambruni è insomma il peccatore in cerca di purezza e in questo c’è tutto il delirio della sua insoddisfazione che si scatena nell’ansia di costruire una tavolozza che lo appaghi. […] Quasi il misterioso impasto di una divina follia dove sangue e cervello tumultuando fremono insieme nella disperata ricerca di lucidi fantasmi di bellezze intraviste».
Michele Cennamo «Costante sintesi che persegue l’essenziale evoluzione di nuove idee; soggettiva trasfigurazione che si avvale delle linee per captare le luci nello spazio. Creazioni razionali che, orientandosi in un linguaggio poetico, aspirano a riconoscersi nelle espressioni particolare di dinamici contenuti. Sogni che l’artista ricostruisce racchiudendo i sentimenti, le sensazioni, le paure che si affollano intorno a lui, nelle azioni quotidiane, determinando in tal modo le strutture di un tempo passato. Annotazioni che condizionano le fondamentali basi estetiche e si distaccano dalla natura per intuire la semplice introspezione dettata da fantastiche trascrizioni: inconfondibili sigilli che ricercano le inquietudini di un nuovo figurativismo attraverso la fusione di elementi e di momenti lievemente svolti in una creante unità di perpetuo divenire».
Bruno Rosa «Il discorso artistico di Ugo Sambruni, maturato con coerenza e coscienza in questo tipo di clima di revisione spirituale, non ci comunica messaggi abituali solo per il gusto di trasmettere: essi penetrano nelle zone più profonde del nostro inconscio e sono posti sul piano nebuloso della nostra coscienza la quale se ne ha la capacità può autoanalizzarsi e sublimarsi secondo le intenzionalità del messaggio proposto dall’artista. L’arte di Sambruni è molto eloquente perché nelle sue opere si ravvisano le prospettive e lo stesso destino dell’uomo, le cadute, le convulsioni, le disperate attese, la sete di cosmicità, il senso di colpa universale, il profondo desiderio d’amore risorgente dal fondo oscuro della sua disperazione. Le allegorie di queste rappresentazioni “laiche” emergono dalla mente intuitiva dell’artista e vivono nelle opere con un elaborato tecnico che maggiormente le evidenzia, sia che esso tratti della maniera con cui egli usa i colori ad olio, sia per mezzo di un suo sistema geniale di grafica collaudato con splendidi risultati. Linguaggio il suo aperto ad ogni soluzione alchemica ove i mezzi più insignificanti ed accessoriali divengono risultato poetico; linguaggio perciò dinamicizzato nei segni, nei colori, nella materia, nelle forme come fondamento morfologico per una possente sintassi istintiva e primitiva, trascinante e vorticosa. Da un universo incomunicabile si scatena una maggiore ricchezza di simboli; così dall’opera “incomprensibile di Ugo Sambruni scaturiscono le immagini più impreviste, più ricche di allusioni metaforiche in cui il seme dell’esplosione e della violenza è mortificato, raggelato, contristato. Le “figure” di Sambruni non hanno occhi normali perché hanno visto troppo, non hanno bocca perché hanno parlato: la loro emblematicità richiama modelli di civiltà scomparse, mondi futuribili che ci sono forse già stati per lo meno nella memoria magica di illusivi archetipi. Sempre benefici però quest’ultimi, perché sopravviva la speranza dell’uomo per un mondo migliore di quello in cui stiamo sperimentando in massa, un doloroso calvario di misteriose penitenze ed afflizioni».
Domenico Cara «Dentro un surrealismo di ordine informale, liricamente indissipabile e profondo, si configura la poetica di Ugo Sambruni; la sua pittura è fatta di tensioni meditative, non sempre leggibili, continue, senza artifici di superficie. L’intimismo visivo raccoglie l’eco di una lotta subcoscienziale condotta in una fantastica e immaginaria convulsione di ricerche visuali senza contraddizioni».
Marzio Bernardi 1979 «La sua è una pittura di scavo lento e quasi doloroso in forme tormentate che paiono sorgere da uno stato di incubo. Le intenzioni dell’artista vanno colte in una sfera di sensibilità che confina con l’angoscia; e la materia impiegata a rendere palese questa condizione psichica è dosata con scaltrezza pittorica».
Giovanni Anzani 1979 «Sotto la spinta dell’arcano il pittore sente la necessità di abbandonare il semplice dato visivo della realtà naturale, di individuare non tanto la realtà esterna quanto piuttosto quella interna rifiutando il dato fenomenologico per cercare le cellule in cui si forma e pulsa la vita, le quali variano senza ripetersi, aggrovigliandosi e distendendosi in una materia di tipica action painting di modo che si ripropongono i termini di un discorso fantastico abbandonato all’impulso»
Mario Radice 1979 «Alcune opere sono di tipo astratto informale e le altre, la maggior parte di esse, sono di tipo astratto geometrico. I colori sono orientati verso il grigio ed i toni sono svariatissimi e mi sembrano gli elementi che destano maggiore interesse per la loro varietà e per il modo eccellente con il quale sono eseguiti».
Alberto Longatti «La Provincia» 22 febbraio 1980 Como in occasione della mostra Spazio Luce Volume alla Galleria Il Salotto – Como «La finta realtà di Ugo Sambruni […] Così Ugo Sambruni nel silenzio dello studio, carico di ricordi, è tornato a frugare in se stesso. Le composizioni recano i segni di questo ripiegamento, di questo ripescaggio nel profondo. Segni che sono ancora esasperati con la violenza espressionistica tipica del pittore comasco, ma che cercano di non ostentarla mai, anzi la mascherano in una immobilità cimiteriale, in un museo di forme rigide che sembrano paralizzate da una sorta di bavaglio, di dura costrizione. In effetti i solidi che Sambruni imprigiona sulla tela, costruendo effetti prospettici che han l’apparenza della naturalezza, son tutti avviluppati in un drappo che pare – e forse è – un sudario. Sono dei corpi dai quali la vita è fuggita, o sta per andarsene e ne conserva solo l’ultimo palpito. […] Ma il sinistro fascino che emanano le grandi superfici dove la materia pittorica terrosa è stesa strato su strato, con una tecnica di pazienza certosina, fino a comporre un magma compatto e denso come un muro, non è dato soltanto dall’incombenza delle figure seminascoste e bloccate. C’è dell’altro, nelle immagini che a prima vista sembrano gigantografie, istantanee dilatate a dismisura. È la successiva scoperta che tutto il procedimento poggia su una finzione. La realtà così violentata, trasferita di forza sulla tela, riprodotta con allucinante fedeltà di particolari, è finta. Riecheggiandola, anzi riplasmandola abilmente in ogni minima sfumatura, l’autore non se ne libera. La lascia lì, crocifissa nel vuoto, come un incubo. Il mondo di Sambruni, che da una certa distanza sembra così vero, da vicino evidenzia tutti gli artifici con cui è stato modellato. È un prodotto teatrale, una scenografia. Uno spazio per gli illusori fantasmi di un turbamento psichico che vien ricacciato sempre indietro perché resti un segreto, una confessione da sussurrare soltanto a se stesso».
Paolo Cassiani Ingoni “Il Caso Sambruni” 1980 «Gli oggetti enigmatici di Ugo Sambruni potrebbero essere una trappola furbesca per la nostra curiosità ed attenzione se non fossero un suo modo di sentire, un suo modo di abbandonarsi euforico alle vibrazione del misterioso, dell’occulto, dell’inafferrabile, dell’esistere in presenza dell’inesistente e dell’inesistente in presenza dell’esistente. […] È la sorpresa del suo occhio quella che noi leggiamo in questi oggetti: ci inquietano, sono ambigui, metaforici, ci lasciano uno strano stupore e un senso di disagio. […] Stranamente anonimo eppure personalissimi, in grado di assommare le più apparenti contraddizioni: immobili eppure filmici, biaccosi eppur argentei, distesi su un piano eppure con tensioni tridimensionali, banali eppure straordinari, inumani eppure invadenti la visione umana, materici eppure immateriali, tattili eppure inafferrabili. […] Spuntano dalle tenebre e vi ripiombano con un apparente riferimento alla realtà ma con qualcos’altro di conturbante, di indefinito, di minaccioso, di indecifrabile… un senso di meraviglia davanti all’apparizione di una forma, di qualsiasi forma, che è il senso della poesia, coscienza cioè di quanto può commuoversi il cervello davanti all’infinito potere di un oggetto, di un particolare , di una estensione dalle orbite del consumistico a quelle dell’imponderabile… una immagine che ci porta al di fuori di ogni dimensione convenzionale».
Domenico Cara in «Epitaffio e lettura della luce» 1980 «In tutta la cospicua e invisibile rete di disperazione privata, Ugo Sambruni attraversa l’intenso e anomalo gaudio delle sue pitture, riafferma una savia e necessitante ricerca della luce, il vacuo valore dei suoi abissi, incitamenti, ebbrezze fluenti. Non è un atteggiamento ipocrita o psicotico di un vagabondo in cerca di mistero e tanto meno un temperamentale anelito di intimo misticismo, ma un dialettico movimento dell’inquietudine, dello stato (e della fecondità) creativo, estremo per quel tanto di catastrofico che avviene nella realtà comune, e che egli avverte attraverso i simulacri della propria realtà formativa e nelle riflessioni in cui si rincorrono secche e atonali le sue astratte metafore. […] Sambruni risolve le esigenze del subconscio e la civiltà del proprio istinto concettuale, senza ornamenti, ma finzioni di mondo, esplorazioni, alchimie creative, piuttosto assolute e comunque individuali neanche lungimiranti, ma senza dubbio ricche di se stesso e del clima irregolare delle sue inquietudini. […] La sua topica si fa in ogni caso assurda e scrupolosa, progetta (e prospetta) la luce, sollecita una nuova realtà, con l’insoddisfazione irascibile di un’anima che cerca l’Assoluto».
Marziano Bernardi «La sua è una pittura di scavo lento e quasi doloroso in forme tormentate che paiono sorgere da uno stato di incubo. Le intenzioni dell’artista vanno colte in una sfera di sensibilità che confina con l’angoscia; e la materia impiegata a rendere palese questa condizione psichica è dosata con scaltrezza pittorica».
Giuseppe de’ Lorenzo «[…] Di lui si potrebbe dire che ha vissuta da protagonista le più vive e feconde stagioni della pittura italiana contemporanea. Giova notare che questo lungo iter umano ha formato un Sambruni pittore e pittore autentico. Il suo lungo, silenzioso operare l’ha fatto approdare a scelte che rispondono alla sua maniera di sentire di autentico poeta. Ho sempre pensato che pittura e poesia, a certi livelli, debbano coesistere in un rapporto reversibile che crea il fatto artistico. Fuori da iperboli letterarie, ho avuto modo di verificare nella realtà, nella realtà delle opere del Sambruni, come la sua pittura si fa poesia e come la sua poesia diventa pittura. La poesia dei grandi silenzi verdi, del vento tra le foglie del Bisbino, degli steli, della macchia rigogliosa, la ritroviamo intatta e pura nelle sue tele dalle quali ci viene incontro per rigenerare in noi sensazioni di purezza».
Piero Airaghi 1988 «Singolare e spontaneo come le sue opere, naturale e vigoroso come i suoi colori, impareggiabile Maestro. Questo è Ugo Sambruni, un Pittore, un Artista, un Poeta… un Uomo».
Luigi Cavadini in La Provincia 21 ottobre 1989 in occasione della mostra “70 anni di silenzio” presso la galleria Bovara di Lecco «Una vita quella di Sambruni spesa nella ricerca di nuovi modelli espressivi, come testimonia la carrellata di dipinti che prende le mosse dalla fine degli Anni Trenta, con buone intuizioni e periodi di sicuro interesse. Questa ampia uscita in pubblico permette di ricostruire il suo percorso dalle opere di piena figurazione fino al raggiungimento di una essenzializzazione dell’immagine, che caratterizza la produzione degli ultimi quindici anni in cui è la struttura formale a diventare elemento di rappresentazione. Ancora da sottolineare è il sopravvento che prende il contenitore della forma rispetto alla forma stessa, sostituendosi a essa e divenendo il soggetto vero e proprio di ogni azione in una interpretazione della realtà in cui l’uomo svuotato, annullato nella sua sostanza, lascia il posto alla sua apparenza, al suo volto esteriore, come d’altra parte avviene spesso nella vita».
Pablo de Vallauris “La non grafica di Sambruni” «[…] La “non grafica” di Sambruni è la materia: graffiti, rilievi, raspature, incisi, che danno a quest’ “opera” un senso di scultura o quasi meglio di “muro”. Le sue immagini potrebbero avere un’origine nella ricerca materica di Tàpies, ma per mostrarci subito figure e personaggi di sua creazione, chissà se lontanamente imparentati con i geroglifici delle antiche civiltà precolombiane. Figure che Sambruni arricchisce tutt’intorno di elementi che creano una loro propria voluta atmosfera. I colori scorrono lungo un’uniformità spesso sostenuta con il grigio, impreziosito con altri complementari. Tutto un insieme che ci dà un senso di intensa e profonda drammaticità».
Roberto Sanesi 1993 «Ci sono cavalli, nell’immaginario di Ugo Sambruni. Levano il capo ansiosi verso la luce, tendono la loro energia, si mostrano impazienti e, insieme, malinconici. Non si tratta di metafore: La loro presenza pittorica è forte, materica; a volte solcati da segni che ne indicano la struttura, a volte risolti per blocchi di colore, alla maniera con cui l’autore preso da qualche ironia rappresenta se stesso disteso, disarticolato, strappato ad un affresco. L’autore che può rappresentarsi spettrale, sindone spiegazzata senza volto. C’è spesso un’idea d’esilio nella pittura di Sambruni: di sé, di una terra spenta, di pochi personaggi anonimi a braccia aperte. Non meraviglia che alle sue origini si possa incontrare una fuga in Egitto. O due teste che si osservano a specchio, elmo e testa, vuoto e pieno. Nel suo irrequieto eclettismo, l’autore apre varchi a una comprensione organica, materica e complessa, di una realtà sempre in fase di modificazione e un’idea di rappresentazione essenziale, geometrica, sublimata. Ma soprattutto ci sono muri. Quasi una difesa, se una delle sue attività è stata quella di “richiudere i tagli di Fontana”, di ricucire le ferite, di restare da questa parte del mondo. Ma nello stesso tempo, fra curiosità e stupore, quasi il bisogno di tracciare una linea di demarcazione, di indicare una soglia fra conoscibile e inconoscibile, di esprimere una funzione analitica dello sguardo mettendo in atto una sorta di scetticismo della visione. I muri sono uno schermo per le proiezioni della memoria. Le ombre leggere, i simulacri di presenze inafferrabili (ciò che era, ciò che non è più, ciò che potrebbe essere), le tracce, le screpolature, le ricuciture di frammenti, le improvvise luminescenze, i grumi di materia: ammesso che accada qualcosa, sembra essere il vuoto stesso ad accadere. Tutto quel grigio un po’ freddo da foto sbiadita, quel bianco e nero da fotogramma di un film tutto mentale, è vuoto che si anima da sé e dal quale e nel quale emergono o scompaiono, come in una carta assorbente, figure e parvenze di figure. In rari casi con intensità maggiore, o con tenerezza, nei colori appena accennati della decalcomania. Ancora impronte, soprassalti di passato, cancellazioni “dal vivo”, proiezioni, riappropriazioni transitorie, scomparizioni. Né manca, come è giusto che sia, l’idea dell’inganno, della “fata morgana” le ombre portate, quelle degli addensamenti ruvidi della materia come quelle delle scarificazioni più profonde, denunciano una mimèsi allucinata, ai limiti della rappresentazione fotografica del non-esistere. Si finge ciò che altrimenti sarebbe vero, è veritiero o comunque possibile ciò che si finge, in una fantasmatica apparizione del nulla. Che è, in modo tutt’altro che assurdo, minuziosamente dettagliato e trasparente nel suo trucco di materia abolita, nella sua ordinata simulazione».
Francesca Gambino «Materia e luce forse sono queste le due componenti che potrebbero essere assunte a cifra della poetica pittorica di Ugo Sambruni. Materia che adotta un linguaggio plastico, modellando una realtà “organica e complessa”. Luce che si riverbera attraverso linee duttili che circuiscono con rapidità le immagini, raggiando un’intuizione essenziale e geometrica della realtà. Tra le figure che popolano questo mondo di purezza sublimata, i cavalli, a volte formati da macchie di colore compatte, che si articolano in partiture ampie e dense di risonanze, a volte graffiti, delineati da un segno preciso, eppure rapido, vibrante».
Michela Beretta «L’attività dell’artista Ugo Sambruni si svolge in un lungo e profondo silenzio, […] lontano dal mondo caotico e chiassoso del mercato dell’arte contemporanea. Il suo è un silenzio profondo, volto ad indagare la propria mente alla ricerca di immagini pure che si trasformano poi sulla tela in veri e propri archetipi. Sono immagini che nascono dalla propria esperienza vissuta, ma che non possono essere definite autobiografiche; esse hanno origine dalla sofferenza che ha segnato l’artista, in gioventù con la seconda guerra mondiale vissuta al fronte, e poi nella continua battaglia quotidiana contro un mondo privo di valori. Proprio a questo si riferiscono “le battaglie inutili” emblema di un’assurda lotta che coinvolge l’uomo nella vita di tutti i giorni e che lo porta ad un’inutile corsa verso un traguardo che non può che essere il nulla. All’interno di questo stravolgimento di valori, anche gli eroi dalle sembianze picassiane di “Personalità all’asta” sembrano poter essere svendute. Ecco perché Ugo Sambruni si ritira nel silenzio e “messo in solaio” il suo stanco guerriero, si muove in una ricerca volta a recuperare la vera essenza delle forme, trasposte sulla tela con un segno che vuole essere il più puro possibile. Nascono così immagini che egli stesso definisce “arcaiche” nella loro tensione verso l’assoluto».
Nicola Valsecchi Affreschi Madonna del Carmelo a Stimianico 2000 «L’affresco di Sambruni ritrae un’Ultima Cena atipica, inoltrata con la tecnica di spatola e pennello, una novità nel genere, un’invenzione rarissima per la pittura, con la quale il pittore da vita a volti che esprimono la luce dello spirito. Il tema, di per sé tradizionale e classico per l’arte sacra, viene innovato per quelle espressioni decadenti, figli di questa società in declino, volti di personaggi, Apostoli e uomini al tempo stesso, volutamente abbozzati, infiniti nel loro non finito, incompleti rispetto alla comune ritrattistica di oggi, ma che dicono tutto a chi si sofferma a guardare e finisce con l’essere guardato. E a chi guarda, come in una lettera aperta, non resta che interrogarsi, analizzare, riflettere e rispondere con quelle figure che ti osservano severe dall’alto. Ma non troppo rispetto a chi nella vita sceglie di dubitare e di interrogarsi per credere. Quegli sguardi esprimono tristezza e rassegnazione, che sembrano chiederci un perché, ma non precludono la via della speranza. Le loro bocche sembrano parlarci e dare quelle risposte che in noi nascono ogni giorno nel confronto della vita, quando ci scontriamo con l’eterno duello, il dilemma tra il male ed il bene. Tra i personaggi non ci sono particolari differenze, in quella rappresentazione in cui ogni accadimento di quel dramma che si sta compiendo appare già noto a tutti i partecipanti, ma in ogni particolare, viene esaltata la condizione degli uomini, che percorrono il loro cammino in libero arbitrio, su quella linea sottile che separa il bene ed il male… Per questo il Cristo appare sereno, non turbato, anche se, come un uomo, sembra cercare pietà con quegli occhi rassegnati al proprio destino. Giuda al suo fianco, viene dipinto come tutti gli altri, con quei tratti di difficile decifrazione, che in sé hanno la genialità dell’irrazionale dei bambini, come se il pittore ci volesse invitare a riflettere sui nostri giudizi e ci suggerisse di non giudicare, poiché ogni giudizio compete sempre e solo a chi è più in alto di noi. Sulla destra dell’opera Sambruni aggiunge qualcosa di inusuale alla rappresentazione sacra canonica: su quella tavola scarnamente imbandita, quasi vuota su un lato, come se l’autore stesso o chiunque tra quei commensali, volesse invitare chiunque tra il pubblico convenuto ad unirsi a quella cena, appare qualcosa d’irrazionale ed imponderabile. Questo elemento completamente nuovo è rappresentato da un gallo fuori equilibrio che, incurante, troneggia sullo sfondo, arrampicandosi su un cassetto delle api cancellando quei pesci disposti con scarso puntiglio nell’affresco. I colori dolci, per di più chiari e non ingombrante rappresentano la via verso l’aldilà nella quale ognuno di noi può abbandonarsi senza sconforto, aprendoci la strada per un altro mondo»
Alberto Favaro Affreschi Madonna del Carmelo a Stimianico 2000 «Un Cenacolo di rara intensità che rappresenta la disperazione e il silenzio dell’arte. Questo genere apocrifo di Cenacolo ritrae personaggi che esprimono tristezza e rassegnazione, enfatizzata dal loro aspetto incompleto in cui la violenta gestualità del segno è una ferita all’umana indifferenza- Tutta l’arte di Sambruni evidenzia le prospettive e lo stesso misero destino dell’uomo, ponendolo all’antitesi della concezione classica, la luce è natura e lo spazio geometria ma l’uomo non è più media proporzionale tra le due entità, vive ai margini, dipende ed è ingoiato dalla macchina, si estinguerà a causa della macchina. L’indifferenza delle persone ci pone in una condizione di privilegiato isolamento, distanti da questa società, ma in grado di poter ancora apprezzare il suono della ranza cioè la falce). Questa musica per pochi è il simbolo della sofferenza e della gestualità dell’arte di Ugo Sambruni, che condivido e mi permette nonostante tutto di discutere su cosa c’è al di là della tela».
Mario Chiappini «Ugo Sambruni una vocazione naturale all’arte» 2006 «La storia di Ugo Sambruni si può raccontare come quella di una vocazione naturale, di una chiamata nativa all’arte che sentiva fin dall’età di quattro anni quando aveva già la matita in mano e disegnava in maniera non infantile. […] Una lunga storia di originale e forte personalità… con cui apre in modo personalissimo la pittura a nuovi orizzonti, a regole inusitate, a inconsuete sintesi, a maniere non convenzionali di guardare, scomporre e ricomporre, pensare e ricreare la realtà fino a tentativi suggestionanti di esplorazione della “quarta dimensione”. Una sensibilità questa che gli viene da un particolare sentire e sperimentare la dimensione scientifica, che spesso affiora nella sua esperienza e nella sua conversazione, sempre così sapiente e competente. […] Essenzialità in tutti i soggetti e composizioni, dove non c’è mai nulla che distragga o svii. Modernità, reinvenzione de linguaggio dell’arte, sintesi, sovrana padronanza dei mezzi espressivi… si sono evidenziate in una vastità di opere e tematiche come le “Battaglie inutili”. L’artista non può estraniarsi, sia per le esperienze vissute sulla propria pelle sia per la coscienza solidaristica. Per questo Sambruni ha dato ampio spazio nelle proprie opere alla partecipazione al proprio tempo e ha gridato, urlato, nella maniera propria dell’artista, a testimonianza della sua dolorosa consapevolezza e rifiuto del male, rifiuto etico prima ancora che estetico, quale negazione della persona e dell’arte. La partecipazione al proprio tempo, Sambruni l’ha esplicata e la realizza in maniera altrettanto spontanea, in tutta quella sua vasta opera di creazione del bello che contrasta la bruttezza estetica e morale del nostro tempo. […] Nella creazione del bello gli basta anche un animale, il gallo, che interpreta nella sua caratterizzazione fisica, quasi “umanamente” superba e nel suo simbolismo di aggressività e vanità appariscente, tutto furore comico e tutto colori, forza, postura piccola e accentuatamente divaricata e con un senso, sproporzionatamente, quasi onnipotente. Gli è sufficiente il cavallo (a volte “lungo come treni” per usare una sua immagine) per dare manifestazione a tutta la gamma di significazioni, di bellezza, di simboli, di forza, di maestà, di imponenza e di tante altre cose affascinanti che passano nella sua mente. Oppure una subitanea e fuggevole apparizione di una donna, che sembra sfuggirgli, scatena in lui una grande figura di sintesi e di diafane forme di cristallo, di suoni immaginari e di colori, che incanta e attrae più della donna vera. Il soggetto della donna lo spinge a volte a modulare una figura che si snoda e lo sguardo la percorre senza partire da un inizio o arrivare a un termine o a produrre come un dorso raccolto che dà il senso di forza imprigionata: così è in “Ragazza di Oggiono”. Tutta la forza e la bellezza, talora, si sprigionano dall’impotenza, com'è nel “Combattente abbandonato”. Ma solo apparentemente abbandonato, lo lascia intendere la caratteristica lampadina sulla destra che pende fino al suolo, lo illumina e gli dà la consapevolezza che non è vinto. La stessa sensazione di non vinto, che è nel busto di carta, senza testa, che appare animato. Opera questa che è come una sintesi di molti elementi del discorso pittorico di Sambruni, compreso l’elemento spia della lampadina nera che diffonde chiarore. In altre situazioni è la grande bellezza della lampadina metaforica dal filo lungo, che pende accanto alle figure o nello spazio quadridimensionale dove danza il manichino di bellezza artigianale e illumina con la sua chiarità oppure la struggente bellezza delle pitture di carta in rilievo, con tutte le allusioni di raggi e tagli e cuciture che l’artista chiama “semantiche” e che sono volte alla ricerca della “quarta dimensione” idea ridondante e ricerca quasi ossessiva dell’artista che ci riflette e ci si travaglia da una vita. Quanto bellezza emana da uno dei suoi grandi soggetti, la sedia, e quanti significati assume! In un dipinto si trova al centro del quadro e tutto attorno volano, si muovono, si intersecano, si urtano, fuggono oggetti. È come se la sedia fosse stanca di stare ferma e si ribellasse al suo ruolo, come se si fosse improvvisamente animata e, diventata anche umana, non riuscisse a trattenere i pensieri. Grande e drammatica rappresentazione della vita che urge e vuole andare oltre a tutto ciò che la ferma, la fa sedere e finire. C’è anche, però, la sedia mascherata quasi a esprimere un bisogno di cose nascoste, una necessità o una incertezza di dire e non dire.
Annalisa Lattuada 2007 «Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta affermava Kandinsky e gli accostamenti cromatici di Sambruni comunicano emozioni che vanno al di là del dato rappresentativo delle espressioni pittoriche, ma per definire appieno ciò che sento quando vedo le opere di Sambruni dovrei aggiungere “la luce”. Di essa il maestra fa un doppio uso: da un lato definisce ambienti virtuali con lampadina nera di contrasto che risalta nell’ambiente pervaso di luce; dall’altro ambienti scuri con lampadina bianca che sventaglia di luce il buio. Un altro tratto identificativo di Sambruni è la ricerca (o la realizzazione?) del tridimensionale che unita allo studio delle ombre e delle luci ha condotto alle “sculture di carta”: i personaggi velati, le sedie impacchettate, in cui la carta o la stoffa con le loro pieghe e cuciture esaltano la tridimensionalità dei soggetti e degli oggetti ma nello stesso tempo li “velano”, quasi come la realtà nuda creasse angoscia. Impacchettare le cose serve per l’anima! Mi disse una volta il maestro e in queste sue parole che riecheggiano avverto empaticamente una paura quasi ancestrale che non so spiegare. Nella ripresa della tematica dei “tagli di Fontana” Sambruni rivisita il concetto spaziale del gesto che taglia la tela e, in un certo senso lo continua con la “ricucitura”. Questa (come già il taglio di Fontana) è un gesto simbolico: dopo la distruzione, cioè il segno che allude alla sofferenza, c’è il risolversi della ferita, la ricucitura dello strappo. I tagli e le cuciture sulle parti del corpo simboleggiano la distruzione del reale e la sua ristrutturazione, una nuova rielaborazione artistica, che, in questo senso, come in Fontana, sconfessa tutte le “rappresentazioni” dello spazio della pittura tradizionale».
Luigi Cavadini «Esplode il mio silenzio» 2008 Ugo Sambruni è artista fuori dagli schemi. Personaggio singolare, ha sempre vissuto la propria ricerca come una missione per sé, in un lungo, continuo, incessante confronto con se stesso. I suoi dipinti sono uno scandaglio profondo dentro l’uomo, con le sue contraddizioni e i suoi dubbi, alla luce delle esperienze della vita. Il suo rapporto con l’immagine è quindi particolarmente sofferto, perché essa riporta alla superficie memorie e situazioni che si sono depositate nel tempo negli anfratti più remoti dell’animo. L’uomo che egli racconta è un uomo complesso, preso nella morsa delle cose, frammentato e articolato, ridotto a manichino, in balia delle situazioni più diverse, fino a quelle terribili della guerra. Con lui compare spesso il cavallo compagno di tante fatiche, simbolo di antiche battaglie. […] La riflessione di Sambruni tocca grandi temi, ma non disdegna di soffermarsi sulle piccole cose, come quella banale lampadina che caratterizza molti lavori e che in un altro quadro è qualificata coma “la mia maestra”. Piccola e insignificante, ma capace di portare ciò che sta attorno fuori dall’assoluta nullità del buio. La lampadina come metafora del pensiero, centro della creatività, territorio di sperimentazione e di selezione, terra di libertà. Per un uomo che attraverso le opere, a dispetto delle convenzione e delle convenienze, ha molto da trasmettere.
Luigi Cavadini «Al centro l’uomo» 2008 Al centro l’uomo, questo potrebbe essere la sintesi della poetica di Ugo Sambruni, artista complesso e singolare, fuori da tutti gli schemi e da tutte le mode. Passati gli anni di formazione e le prime pennellate dedicate al paesaggio, al circo, agli zingari e ai chierichetti, vissute le esperienze terribile della guerra, la sua attenzione si è concentrata sull’uomo. Guardandosi attorno, guardandosi dentro. Non deve essere stato facile trovare il filo della matassa della vita che si era impigliato sul fronte occidentale prima, poi in Albania e infine in Grecia. […] L’artista più di altri soffre la perdita di valori che la guerra ha evidenziato e che il dopo ha ancor più – e sempre più – contribuito a indebolire. L’uomo perde la sua umanità diventa un fantoccio, un manichino cui chiunque può dare forma, riducendo a oggetto meccanico in balia di ogni situazione e di ogni condizionamento. Sambruni si ribella e accomuna alla figura umana quella del cavallo, conosciuto nel mondo contadino, mansueto e amico, e riletto nella logica della guerra. […] La riflessione sull’uomo è dura, ma matura dalle esperienze vissute e dalla difficoltà di instaurare rapporti seri e duraturi. Il valore del suo essere è messo ulteriormente in dubbio soprattutto nella serie di opere in cui dentro abiti-contenitori o dentro involucri di carta e/o stoffa è racchiuso il nulla. La forma del corpo umano rimane, solo memoria ormai, ma se ne perde la consistenza e la sostanza vera, oltre che quella matericità e quelle fattezze che lo rendono unico. È ormai fantasma di se stesso e quando riprende a comparire è sempre più manichino, strumento meccanico gestibile da chiunque e privo di individualità. […] L’uomo che non c’è e di cui l’artista denuncia la scomparsa, convinto che solo un suo ritorno, pieno e rinnovato, possa dare nuova linfa al futuro del mondo.
Donato Conenna «La coerenza dell’incoerenza - Ugo Sambruni “L’arte è quella che rimane nel tempo”» 2009 Ci sono due modi per “leggere” l’intera ellisse creativa di Ugo Sambruni senza perdersi nei labirinti delle definizioni critiche. […] Una lettura delle sue opere può trovare agevole traduzione in una sorta di rigorosa volontà concettuale che presiede e conchiude interamente il processo formativo ed operativo di Sambruni, in omaggio ad un “disegno mentale” che egli impianta sulle tele in forma, si direbbe, leonardesca: “dell’invenzione” immaginativa. Ugo Sambruni è un portatore di colori, di tecniche e di materiali. […] Si deve dire, storicamente, che Sambruni ha lavorato in modo inesauribile intorno alla sua facoltà immaginativa, secondo filoni tematici assolutamente consoni al suo carattere, per cui alcune opere sono lo specchio, a volte autobiografico, a volte autocertificativo dei suoi umori esistenziali e delle sue pulsioni caratteriali. […] Ma… occorre dell’altro! Occorre la lettura numero due delle sue opere perché la significazione sia chiara e forte. Tutto nasce, non serve dirlo, dalle scelte esistenziali operate. […] Il modus vivendi, oltre che naturalmente quello operandi, è improntato ad una reinvenzione continua del suo dipingere, una sorta di inesauribilità o di “varietà immaginativa” che lo portano a lavorare su più temi, a giocare su più tavoli, ad aprire, affrontare e richiudere più tecniche e nello stesso tempo ad essere sempre fedele ad un proprio passo espressivo, senza che vi sia tradimento del periodo appena aperto o appena conchiuso. È il contrassegno esistenziale che Sambruni chiama “della coerenza dell’incoerenza” e che qui potremmo definire “dell’incoerenza della coerenza”.
Barbara Faverio in «La Provincia»22 maggio 2010 «Il silenzio è il suo voto, il suo habitat, il suo nume artistico. Eppure Ugo Sambruni sa essere un fiume di parole e di ricordi che si rincorrono e si accavallano, in un continuo evocarsi a vicenda».
Carlo Pozzoni in «La Provincia» 9 gennaio 2011 «La prima volta che ho incontrato Ugo Sambruni era il 28 marzo 2008. Ero molto timoroso, mi era stato descritto come un tipo difficile, diffidente, ho quindi deciso di non chiedergli nulla e di fotografarlo così come lo vedevo. Mentre mi parlava i suoi gesti e i suoi cambiamenti d’espressione erano improvvisi, tanto rapidi che era difficile per me coglierli. Le sue grandi mani che gesticolavano incessantemente a volte si protendevano verso il cielo, a volte tenevano l’indice puntato verso di me, minacciosamente. Ci siamo rivisti altri due pomeriggi e l’ultima volta mi ha detto: “Lei mi piace perché è leale”. Alla fine uscendo dalla sua casa dopo avermi imbrattato il braccio di nero ha voluto autografarlo, ci siamo abbracciati come due vecchi amici».
Stefania Briccola in «La Provincia» 12-1-2011 «La sua ricerca varia e multiforme si svolge lontano dai clamori e dal mercato poiché dipingere è solo un mezzo per restituire valore alla società. […] L’avventura della pittura di Ugo Sambruni ha risposto innanzitutto ad un’esigenza interiore ascoltando gli echi di un secolo ricco di suggestioni, dalla lezione di Picasso sino alla nuda poesia dei tagli di Fontana, per poi colorarsi di presenze che emergono dal silenzio, tracce di vissuto, ricuciture e grumi di materia. Gli scatti del fotografo Carlo Pozzoni ci restituiscono il volto del pittore, con il pallore marmoreo, gli occhi profondi velati di malinconia e i tratti di un cavaliere solitario che ha attraversato il Novecento in punta di piedi senza far rumore. Un volto senza fine come la sua pittura». indice | biografia | opere | pensieri | testi critici | mostre | premi e collezioni | bibliografia | documenti | home |
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