UN TRITTICO “ALATO”
Salgari, Marinetti e D’Annunzio “aviatori”.
di: Luigi Picchi
«Chi mi darà ali di colomba,/per
volare e trovare riposo?», Dio cammina «sulle ali del vento». Non
è un poeta pagano o orientale: è la Bibbia, più precisamente sono
versi dei salmi
[1]
.
Questo a riprova che l’uomo da sempre ha desiderato volare e soprattutto
che nel volo ha visto una via di fuga, una dimensione di evasione,
riscatto e libertà. Proprio attorno all’idea di volo come libertà,
s’incentrerà il mio discorso. Purtroppo il volo solo all’inizio presenta
caratteri epici e romantici da impresa eroica; in seguito, con lo
stabilizzarsi del fenomeno aviatorio, anche il volo è diventato un’abitudine
“terrestre”, una consuetudine, spesso pure di massa. Infatti la prima
volta che ho volato (si trattava di un volo di linea), ero emozionato
e coinvolto; l’ultima volta, invece, che ho preso un aereo, durante
il decollo, non mi sono accorto di niente perché ero già sprofondato
nel sonno, annientato da uno dei miei soliti abbiocchi di persona
annoiata dal gran casino che è il mondo. Solo il volo su aerei privati,
tipo i nostri idrovolanti dell’aeroclub lariano, possono conservare
ancora qualcosa di avventuroso e dannunziano: lì sì che avverti i
vuoti d’aria, i colpi di vento e la struttura vibra elastica e nervosa,
mentre il vuoto si fa sentire sotto la carlinga. Io, poi, sono dell’idea
che certe esperienze, sognate, immaginate e desiderate siano più intense
e paradossalmente più autentiche di quando sono reali e vissute. La
poesia è nel sogno e nell’immaginazione, non nell’evento vissuto,
nella realtà che è lo spazio della prosa. Un temperamento lirico e
immaginoso preferisce fantasticare: prima di volare scrivevo storielle
aviatorie che piacquero anche ad una conoscente pilota, adesso, dopo
diversi voli (da passeggero s’intende!) non sono più capace di scrivere
di aviazione e volare è come andare in pullman o in treno. Scusate
il mio scetticismo, ma io, da bravo schopenhaueriano, la penso come
il Leopardi de Il Sabato del villaggio e Montale: “in attendere
è gioia più compita”
[2]
.
O come Hölderlin: solo quando sogna l’uomo è divino. Nella realtà,
non si scappa, spesso è solo patetico. Anche Salgari sognava e tanto...fino
a morirne
[3]
.
D’Annunzio e Marinetti, uomini d’azione, hanno identificato e congiunto
perfettamente arte e vita in un unico indissolubile binomio, in una
stupefacente endiadi, ma a scapito di una durevole autenticità artistica.
Nella vita hanno bruciato l’arte e viceversa. Il loro divorante vitalismo
ha liberato i doviziosi fumi, gli incensi e le tossine della retorica.
Ma procediamo con ordine. Il Novecento è iniziato in un clima euforico
di entusiasmo per la scienza e per la tecnica. Il Ballo Excelsior,
il musical della Belle Époque, celebrava il trionfo dell’uomo
positivista: il progresso avrebbe portato benessere a tutti e l’umanità
avrebbe raggiunto obiettivi coltivati da secoli. I romanzi di Verne
e Wells vedevano come protagoniste le diverse invenzioni della tecnica,
specie se future e ancora ipotetiche. Secondo un criterio di verisimiglianza
questa letteratura fantascientifica o parafantascientifica, proponeva
ciò che la scienza nei decenni a venire avrebbe reso disponibile.
La letteratura fantascientifica si rivelava così letteratura d’anticipazione.
Salgari, che mal digeriva la definizione di Verne italiano
[4]
,
nel 1903, scrive un romanzo “verniano” molto particolare, Le meraviglie
del 2000
[5]
Premesso che il nostro romanziere non spiccava per invettiva avveniristica,
come invece il collega francese, .Le meraviglie del 2000 si
rivela un capolavoro della letteratura distopica
[6]
.
Un altro elemento significativo è la scarsa propensione di Salgari
a popolare di macchine straordinarie e innovative, quindi fantascientifiche,
le proprie storie. Gli unici romanzi in cui figurano strumenti futuri
e nuovi, nel nostro caso, macchine volanti, sono, oltre a Le meraviglie
del 2000 (1907), I figli dell’aria (1904) e Il Re dell’aria
(1907). Ciò non toglie che questa trilogia avveniristica
non sia di per sé completa e significativa almeno alle finalità della
nostra ricognizione. Ma vediamo in concreto le vicende dei tre romanzi.
Le meraviglie del 2000 è la storia di due americani, il ricco
e annoiato James Brandock e lo scienziato Toby Holker che con un’iniezione
di uno speciale siero ricavato da un antico fiore egiziano rinvenuto
in una piramide, “il Fiore della Resurrezione”
[7]
,
entrano in una sorta di profondo letargo di centodieci anni dal 1893
al 2003, quando si risvegliano in un’America decisamente trasformata
e all’avanguardia dal punto di vista tecnologico. E qui Salgari si
rivela profetico, indovinando diverse invenzioni o situazioni che
poi si sono effettivamente realizzate: la radiosveglia, il giornale
parlato cioè il radiogiornale, il giornale visivo cioè la televisione,
il cibo in pillole, il self-service automatico, lo snack
bar, il fast food, la sovrappopolazione, la posta pneumatica,
fabbriche e officine robotizzate, la minaccia cinese, la desalinizzazione
dell’acqua di mare, i massacri di balene e foche, le estinzioni di
specie animali, l’energia alternativa ricavata sfruttando le correnti
marine mediante turbine galleggianti, treni veloci ad aria compressa,
turismo esotico, equilibrio bellico da guerra fredda a causa dell’elevata
pericolosità degli ordigni militari capaci di annientare intere città.
Tra le invenzioni ovviamente non poteva mancare l’aereo. Il progresso,
però, non fa felice l’uomo. Anzi. Salgari è spaventato e preoccupato.
I suoi personaggi, mentre visitano questo nuovo mondo, maturano un
crescente sconcerto. Alla fine, alterati dall’atmosfera troppo elettrica
del futuro (l’elettricità dispersa e sprigionata dalle macchine),
innervositi dalla fretta, dai ritmi troppo frenetici della vita moderna,
i due visitatori impazziscono e vengono internati
[8]
.
In questo scenario negativo bisogna dunque tenere presente che le
macchine volanti di Salgari sono strumenti meravigliosi dal punto
di vista tecnico, ma nulla di più, anzi sono più una minaccia che
una risorsa. Mentre Marinetti esalta fino all’idolatria la macchina,
sognando un annullamento quasi mistico dell’uomo in essa, una fagocitazione
dell’uomo, una sua trasfigurazione meccanica e metallica, anticipando
in ciò il cyborg; mentre D’Annunzio si trova perfettamente
a suo agio nella carlinga e vedrà nell’aereo o meglio nel “velivolo”,
come lo chiama lui, un’espansione, una dilatazione titanistica del
superuomo pilota, una proiezione narcisistica dell’uomo lanciato in
cielo dall’antico e superbo sogno eroico di Icaro, Salgari, dopo un
iniziale entusiasmo, diffida della macchina e preferisce l’eroismo
tradizionale e cavalleresco in cui è l’uomo che direttamente lotta,
sfida gli ostacoli e magari si schianta, ma senza o con poche mediazioni
meccaniche. La tecnologia sarebbe dunque uno snaturare e un avvilire
l’indole eroica. Salgari privilegia la forza naturale dell’eroe, non
le innovazioni tecnologiche, alla fine volgari e nocivi accessori
e amplificatori della forza umana. Salgari è quindi ancora lo scrittore
romantico che vagheggia un codice d’onore antico, alieno dai cinismi
e dai pragmatismi moderni fondati sull’efficienza dei mezzi. Questo
è tragicamente attuale: sono le superpotenze economico-tecnologiche
e militari a vincere le guerre, non le stirpi guerriere. Ora leggiamo
la descrizione del Condor, l’aeromobile o macchina volante:
«era davvero stupefacente e, quello che è più, d’una semplicità straordinaria.
Non si componeva che di una piattaforma di metallo che pareva più
leggero dell’alluminio, con quattro ali e due eliche collocate le
une lateralmente alle altre, tutte di tela, con stecche d’acciaio
e una piccola macchina che le faceva agire. Il gas, come si vede,
non vi entrava per nulla; la meccanica aveva trionfato sui palloni
dirigibili del secolo precedente»
[9]
;
«si alzava e si abbassava e girava e rigirava come fosse un vero uccello.
Altri consimili ne volavano in gran numero sopra i tetti dei palazzi,
gareggiando in velocità, per la maggior parte montati da signore che
ridevano allegramente, e da fanciulli schiamazzanti.».
[10]
«Qualche volta succedono degli scontri; le ali si spezzano, le eliche
si lacerano e allora guai a chi cade: eppure chi ci bada? [...] Sono
incidenti che non commuovono nessuno».
[11]
C’è pure la versione pubblica del Condor, l’omnibus: «Un’enorme macchina
aerea, fornita di sei paia d’ali immense e di eliche smisurate, con
una piattaforma di venti metri di lunghezza, carica di persone, s’avanzava
con velocità vertiginosa, tenendosi a cento metri dal suolo».
[12]
Ne I figli dell’aria, romanzo del 1904 si racconta di due amici
militari russi, Fedoro e Rokoff, che trovandosi in Cina per affari
e accusati ingiustamente di omicidio, dopo aver provato la crudele
durezza delle carceri cinesi, sono condannati a morte, ma miracolosamente
liberati dal comandante di una prodigiosa macchina volante chiamata
“Sparviero”. Il “Capitano”, questo il nome del misterioso aeroammiraglio,
è una sorta di Capitan Nemo dell’aria che, con il suo gigantesco mostro
alato meccanico, porterà in giro per la Cina i suoi ospiti in una
serie di rocambolesche avventure. Il Re dell’aria del 1907
ne è la continuazione: Boris, ufficiale russo fuggito da un penitenziario
siberiano, vittima assieme al fratello Wassili di un complotto ordito
dal cugino, il barone Teriosky, viene aiutato dall’equipaggio dello
“Sparviero”, l’aeronave del “Capitano”, il “Re dell’aria” appunto,
al cui fianco combattono Rokoff e Fedoro, gli eroi del precedente
romanzo in una guerra personale e privata contro il sinistro barone
e il suo iniquo impero commerciale marittimo costituito da una potentissima
flotta, una guerra tecnologica al termine della quale a Trinitad «la
macchina volante, diventata ormai pericolosa dopo l’affondamento dei
transatlantici e dell’incrociatore russo, fu fatta saltare, onde evitare
probabili sorprese e terribili accoglienze anche in America»
[13]
.
Significativo il fatto che al termine della “saga”, l’aeromobile venga
distrutto, quasi ad esorcizzare e neutralizzare le potenzialità negative
della tecnica. E’ chiaro ancora una volta che Salgari non si trova
a suo agio con i ritrovati della tecnologia
[14]
.
E ora vediamo quanto lo “Sparviero” sia parente del “Condor”: «Lo
“Sparviero” era realmente un apparecchio meraviglioso, di una perfezione
sbalorditiva, che aveva risolto l’arduo problema della navigazione
aerea. Non era già un aerostato, poiché il gas non vi aveva nulla
a che fare, bensì una vera macchina volante, che fendeva arditamente
l’aria colla sicurezza di un condor della Cordigliera americana o
di un’aquila europea. Consisteva in un fuso, non più lungo di dieci
metri, con una circonferenza di cinque nella parte centrale, costruito
di duralluminio, dove era collocato uno strano motore, che non era
azionato né dal carbone, né dal petrolio, né da alcun olio o essenza
minerale, poiché non aveva alcuna ciminiera, né propagava alcun odore
[15]
.
Ai suoi fianchi, mosse da un motore misterioso, che funzionava senza
produrre il più lieve rumore, agivano due immense ali, simili a quelle
dei pipistrelli, con armature costruite in una speciale lega d’acciaio
e di rivestimenti in tessuto di estrema resistenza. Un po’ al di sotto
del fuso che serviva da ponte e anche da abitazione, si estendevano
a destra e a sinistra tre piani orizzontali, posti l’uno sotto l’altro,
lunghi ciascuno una decina di metri, alti quasi un metro e vuoti nel
mezzo e che dovevano, presumibilmente, servire per mantenere l’intero
apparecchio sollevato. Sulla punta prodiera del fuso, un’elica immensa
girava vertiginosamente, e pareva che dovesse aiutare il movimento
delle ali, mentre a poppa si scorgevano due piccole ali che dovevano
servire unicamente per dare la direzione dell’aereo-treno»
[16]
.
Animali volatili rapaci o mezzi di trasporto già istituzionalizzati
come navi o treni costituiscono il modello, l’archetipo ed il termine
di paragone per queste prime macchina aviatorie. La natura è ancora
maestra e la tecnologia la imita e la mima. La fantasia fatica a immaginare
apparecchi veramente aerodinamici, ma riconduce sempre a parametri
terrestri e zoomorfici le sue invenzioni. Sono macchine goffe, pesanti
e solo apparentemente semplici; in realtà complicate e improponibili.
Si capisce che Salgari, non solo dal punto di vista ingegneristico,
ma soprattutto psicologico, aveva un certo imbarazzo a gestire le
macchine. Questo limite, a mio avviso, è invece una virtù: fa di Salgari
un vero celebratore dell’azione umana che squalifica il prodotto tecnologico.
Sarà la mistica modernista ad esaltare il connubio uomo e macchina.
Salgari è (per fortuna) all’antica e l’alleanza uomo e macchina è
superficiale e breve. Nelle storie salgariane la macchina è ancora
subordinata all’eroe, è docile strumento nelle sue mani, è una mera
agevolazione e non è ancora in grado di modificare antropologicamente
l’azione dell’uomo; il successivo sviluppo tecnologico porterà ad
un ribaltamento del rapporto uomo-macchina: ormai abbiamo sperimentato,
a nostre spese, che è la macchina a condizionare e a modificare l’uomo.
Parlare, invece, dell’aviazione secondo l’evangelo futurista è subito
fatto: il Futurismo idolatra la macchina. La macchina è il nuovo dio
e in essa l’uomo si trasfigura. L’aviazione, allora ai primi passi,
è vista come una benedizione: il trionfo della velocità e l’emancipazione
icarica e prometeica dai vincoli terrestri. L’uomo volando si divinizza.
Il manifesto del Futurismo è del 1909
[17]
e tutto l’entusiasmo del programma poetico è già nel romanzo Mafarka
il futurista
[18]
:
«Voi dovete credere nella potenza assoluta e definitiva della volontà,
che bisogna coltivare, intensificare, seguendo una disciplina crudele,
fino al momento in cui essa sprizzi dai nostri centri nervosi e si
slanci oltre i limiti dei nostri muscoli con una forza e una velocità
inconcepibili. La nostra volontà deve uscire da noi, per impossessarsi
della materia e modificarla a nostro capriccio. Così noi possiamo
plasmare tutto ciò che ci circonda e rinnovare senza fine la faccia
del mondo...»
[19]
.
Titanismo, volontarismo superomistico, “delirio lirico” della materia
e profezia dell’aviazione: Gazurmah, il figlio di Mafarka, è, novello
Icaro, dotato di ali ed è prigioniero di una gabbia, chiara metafora
dei limiti della condizione terrestre; la fuga è imminente: «Il corpo
formidabile di Gazurmah sussultò subito violentemente, e le sue ali
possenti scattarono, infrangendo le pareti della gabbia... Come un
cavallo da guerra scuote le frecce che gli si cacciano nella groppa,
come una falso storpio getta lungi da sé le grucce, quando esce dalla
città...così il più bello degli uccelli della terra si liberò dalle
sbarre che lo improgionavano»
[20]
.
E più avanti: «E allora le grandi ali aranciate tuonarono, come i
battenti di un tempio, nel grande emiciclo delle scogliere»
[21]
.
E’ la liberazione! Anche D’Annunzio, figlio del Decadentismo, come
Marinetti, canta nel Ditirambo IV, quello dedicato a Icaro,
il riscatto dalla terra nel volo liberatore:«Veloce volai/oltre passai»
[22]
;
«Mi sembrava inesausto/il valor mio ché l’animo agitava le morte penne,
l’animo immortale/e non il braccio breve»
[23]
.
Tutta l’aviazione del primo Novecento vive romanticamente irraggiata
da questa mistica icarica e nietzschiana che vede nel volo una sorta
di ascetica taumaturgia contro le bassezze della condizione umana.
L’uomo diventa angelo. Nella prefazione
[24]
a L’Aeropoema del Golfo della Spezia (Mondadori 1935) Marinetti
detta una sorta di manifesto dell’aeropoesia. Si tratta praticamente
di introdurre la visione aviatoria nella percezione poetica della
vita e della realtà in modo da «Dare di minuto in minuto una sintesi
del mondo», «Distruggere il tempo mediante blocchi di parole fuse»,
«Non usare immagini terrestri Legare invece tutte le sensazioni visive
uditive e tattili alla figure geometriche» e «Dare il senso del tutto
dipende da me tutto porto con me nessuno mi comanda»
[25]
,
insomma «Evitare mediante una elastica ma solida leggerezza di alluminio
la enfatica e gonfia rettorica aviatoria vanto dei poeti passatisti
sedentari che hanno il brillo della paura sul naso all’insù»
[26]
.
L’aviazione sembra dunque il vertice dell’esperienze estetiche futuriste.
Vediamo a titolo di esempio un breve passaggio dell’Aeropoema spezzino: