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"Incontro ravvicinato" di Federico Roncoroni - 2011
dal volume "Luigi Aimo Cerati - un naif astrattista" edito da Nodo libri - 2011 per la mostra antologica di Luigi Aimo Cerati presso il Museo didattico della Seta - Como - giugno 2011
La prima volta che lo vidi stava
ginocchioni per terra, ai bordi di una strada del centro. Aveva
davanti un grande foglio gialliccio e ci sfregava sopra vigorosamente
non so cosa, tra la curiosità di un gruppetto di persone che lo
incoraggiavano a perseverare. Lo presi per un madonnaro e mi fermai a
guardarlo. Alzò la faccia per un attimo, probabilmente perché
voleva vedere a chi apparteneva quel paio di scarpe che erano appena
apparse nel suo campo visivo, gorgogliò qualcosa che poteva essere
un’imprecazione o un saluto e tornò a quel suo strano lavoro. Qualche settimana dopo me lo
ritrovai davanti, nel silenzioso corridoio del “Volta” destinato
al ricevimento dei genitori degli studenti. Lo riconobbi subito,
mentre lui – curiosamente – prima di salutarmi mi guardò le
scarpe. Non so se le riconobbe, perché erano della stessa marca di
quelle che portavo quando lo vidi per strada, ma in versione
invernale, però mi parve contento di trovarsi davanti qualcuno di
quasi noto. Di fatto sorrise, di un sorriso
che metteva di buon umore. In piedi appariva piuttosto piccolo e
grassoccio, più piccolo di quello che avevo potuto immaginare
vedendolo inclinato a tirare a lucido un punto del manto stradale. Si
presentò semplicemente come il padre di Anna Cerati della I B. Bah,
pensai, pure un madonnaro può avere una figlia che fa il liceo,
magari è un madonnaro stanziale e non girovago. Anna è molto brava,
gli dissi aprendo il registro di classe con i voti: attenta, precisa
e curiosa di tutto. Mi abbracciò del tutto
inusualmente, stringendomi come se volesse strizzarmi fuori dalla
giacca, e mi ringraziò. L’insegnante di Storia
dell’Arte, che riceveva i genitori nella mia stessa ora, si
avvicinò. Forse aveva paura che quell’ometto pelato ma fornito di
un bel paio di baffi e di una selva di capelli bianchissimi e
ondeggianti sulle tempie e sulla nuca mi stesse minacciando, anche
perché, continuando a ringraziarmi, mi riversava addosso catinate di
parole che celebravano il mio modo di insegnare. Invece, veniva a
salutarlo: Aimo, che piacere vederti! Da me non vieni, eh? I docenti
di Arte non contano niente!, scherzò. Abbracci, pacche sulle spalle.
Presentazioni. No, mi spiaceva, non conoscevo il signor Aimo, dissi.
Il collega di Arte è di quelli che riescono a farti sentire in colpa
se non conosci qualcuno o qualcosa che lui, per caso o per
professione, conosce. L’Aimo si schernì. Come potevo conoscere,
commentò quasi per scusarmi, un artista di strada, anzi, che
artista?, un artigiano, uno che fa cose che sanno fare anche i
bambini. Cioè, mi scusi?, domandai. Per
esempio ricalcare un foglio, una moneta, un tombino con una matita
colorata, mi ragguagliò. Ah, ecco cosa faceva quel giorno: ricalcava
un tombino, pensai. Boh. Il collega fissò senz’altro un
appuntamento per il sabato pomeriggio, per vedere qualcuna delle sue
“cose” e capirci di più. Dove? Al quarto banco del mercato di
via Cesare Battisti, il quarto sulla sinistra di Porta Torre, precisò
l’Aimo. Si vede che vende le sue “cose” al mercato, pensai. Alla quarta (o quinta?)
bancarella non c’era nessuna esposizione di quadri o di tele o
simili. Domandai alla signora che vendeva stoffe o giù di lì, sul
lato di fronte. Il banco dell’Aimo è il quarto, quello delle
ombrelle, rispose. Dal camioncino parcheggiato vicino al quarto banco
uscivano fuori borse, ombrelli e non ricordo più cosa, e altra merce
era appoggiata in bell’ordine per terra o appesa a sbarre in alto,
di fianco, a destra, a sinistra, dietro. L’Aimo non c’era. Era andato
in un certo posto ma sarebbe tornato di lì a poco, mi spiegò il
figlio. Tornò e mi sommerse di rudi carinerie come il suo banco era
sommerso di merce. Era di una simpatia invasiva e trascinante, e non
stava mai fermo. Entrammo in una sorta di separé
destinato probabilmente allo stoccaggio di quanto non era possibile
esporre. Da una grande cartella posata per terra tirò fuori delle
ampie pezze di tela fissate, mi parve, su supporti di cartone, e me
li mostrò uno a uno: erano i calchi di legni, graffiti, ciottoli,
marmi, pavimentazioni stradali e, naturalmente, tombini. Con voce finalmente pacata, mi
spiegò come faceva a crearli – A produrli, professur, non a
crearli, mi crei nagotta, sun minga Raffaello! –. Stendeva una tela
per terra sopra ciò che voleva “copiare” e, attraverso rapide
strofinature, fatte se ben ricordo con pezzetti di moquette intrisi
con colori a olio, portava alla luce quelle forme misteriose, quelle
scritte spesso illeggibili perché corrose dal tempo e rese, nel
calco, ancora più oscure dalle disparità di pieni e di vuoti della
superficie strofinata, quelle immagini di tombini, di acciottolati e
di lastroni che abbiamo sotto i piedi e sotto gli occhi tutti i
giorni e neanche vediamo, ma che lui trasformava in forme e in
immagini del tutto inedite: favolosi relitti di una civiltà
industriale scampati per secoli e secoli a qualche guerra atomica e
tornati alla luce per testimoniare a generazioni remote chissà quali
meraviglie per sempre scomparse. Ma la cosa più bella era
l’entusiasmo con cui Cerati parlava del suo lavoro, della sua
tecnica e dei suoi “prodotti”. Entusiasmo, semplicità e
allegria. Il figlio lo venne a cercare tre o quattro volte per
chiedere il prezzo di questo o quello. Interrompeva un momento il suo
discorso e subito lo riprendeva torrentiziamente per illustrarmi un
nuovo “prodotto”. Mi trasmise il suo entusiasmo. Mi venne di chiedergli a quanto
vendeva un suo pezzo, e dentro di me pensavo se avesse un mercato,
inteso come dei privati che li compravano e li collezionavano.
Probabilmente mi lesse negli occhi la domanda e lo scopo per cui la
facevo. Scelga quello che le piace di più, che glielo regalo, mi
esortò. Senza imbarazzo alcuno, perché vedevo in lui la gioia del
farmi quel regalo, e senza alcun timore, in quanto l’Anna Cerati
della I B non avrebbe mai avuto bisogno di una spintarella pur lieve,
scelsi, of course, un tombino. Per giustificare in qualche modo
la mia sosta al banco avevo comprato, in attesa che l’Aimo
arrivasse, un ombrello a scatto. Si rivelò una mossa infelice: non
riuscii a pagare neanche quello. L’ombrello me l’hanno rubato
pochi mesi dopo. Il tombino è appeso alla parete di casa mia. Non
sarà un Raffaello, ma è un Cerati. E lì sta proprio bene. TORNA ALL'INDICE DEI TESTI | |