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Ricordo ancora il mio primo incontro con Luigi Aimo Cerati nel 1976. È stato il suo desiderio di partecipare al mondo dell'arte a condurlo nella mia galleria di famiglia nel decimo anno dalla fondazione della stessa. Era in corso una mostra di Ettore Sordini ed è stato un caso che io fossi presente, libero dagli impegni dei corsi della facoltà di architettura. Lui sbucò come per incanto da dietro l'ingombrante istallazione presente nel salone e volutamente immersa nell'ombra, una sorta di tempietto composto da sei grandi quadri, dedicato a Raffaello. Allora questo connubio di arte e architettura era doppiamente mia materia e fu cosa naturale l'avviare con lui un colloquio, inizialmente quasi accademico quanto poi velocemente amichevole. Fu così che con quel suo disarmante sorriso, che negli anni a venire avrei riconosciuto come sua caratteristica dominante, mi chiese candidamente: "Come si fa a proporsi per una mostra?". Di lui non sapevo nulla, né avevo mai visto cosa producesse in campo artistico ma, dopo alcuni incontri successivi, iniziai a conoscere il suo mondo genuinamente imbevuto di entusiasmo creativo e volontà conoscitiva, Aimo ai miei occhi si configurava lentamente ma inesorabilmente come un personaggio uscito dalla penna di Lewis Carroll, non certo per banale attinenza del suo lavoro col Cappellaio di Alice, quanto piuttosto per la natura del suo carattere teso costantemente fra razionalità e visionarietà. I primi lavori che mi mostrò mi incuriosirono non poco; per le sue creazioni aveva riusato dei legni, delle tavole usate dai marmisti per attutire la fine corsa della lama nell'affettare la pietra. Erano materiale di scarto per l'artigiano quanto di genuino interesse affettivo per l'artista. «Vedi - sottolineava Aimo, - questi sono corpi feriti che riportano tracce di una esistenza altra, una testimonianza del mutamento». Aimo, in tutta la sua semplicità espressiva aveva colto in quella materia il riflesso dell'azione dell'artigiano, non solo fisico quanto intellettuale, se non addirittura spirituale. Questo è quanto avevo capito dal suo racconto e magari ho amplificato in virtù dei miei studi di Archeologia Industriale, una materia di studio ora nota ma allora ai primi passi nel mondo accademico. Ai miei occhi Aimo era sembrato, per eccesso, una sorta di difensore dei sentimenti della materia restituendo quei lacerti lignei a una sorta di dignità esistenziale; li recuperava così come erano e dipingendoli con colori ad olio ne sottolineava l'andamento dei tagli nel loro affiancarsi, sovrapporsi, interrompersi. Questi tagli erano risultanti del lavoro preordinato dai marmisti quanto curiosamente anche generatore di pattern del tutto casuali che, a posteriori, avrebbero suggerito al nostro artista la serie dei Trabucchi, opere quasi minimali tracciate su tela ad imitazione di queste "macchine da pesca" appunto, protese a mo di pontili nelle acque del mare Adriatico. Nella sua attenzione per la laboriosità umana, se ne era innamorato per la loro natura fragile quanto resistente frutto della pervicacia dei pescatori nell'affrontare la durezza del loro lavoro. La capacità di Luigi Aimo Cerati nello sviluppare il suo approccio alla pratica artistica, in modo concreto quanto immaginifico, ci indica la “Via” che nella strada può facilmente trovare riflesso. La strada, da lui frequentata tutta la vita in ragione della sua attività di venditore ambulante di ombrelli e cappelli, è stata per lui ambito di incontri e conseguenti considerazioni sulle relazioni umane come pure sul configurarsi dello spazio antropico perennemente sotto i suoi piedi. Di quest'ultimo eseguì numerosi "ritratti", da lui denominati frottages, riprendendo una tecnica anche più antica di quella ripresa da Max Ernst nell'ambito espressivo dell'automatismo surrealista. Difatti la procedura di ricalco mediante sfregamento di tinture su fogli distesi su una superficie articolata quanto rigida si può perlomeno far risalire all'Utsushi, una antica tecnica giappnese che osserva il concetto filosofico e spirituale profondo nell'eseguire una replica dell'oggetto di attenzione onorando lo spirito dell'originale secondo la filosofia del Shu-Ha-Ri. Si è trattato nel caso di Cerati, pur con una buona dose di aleatorietà di derivazione storica, di una lettura del linguaggio "muto" della città costituito da chiusini e pavimentazioni, una particolare scrittura/testimonianza dell'intervento dell'uomo sul territorio, nella fattispecie di segnali puntuali per il riconoscimento dei percorsi di acque, cablaggi elettrici e telefonici interrati nel sottosuolo. Il Frottage da lui intrattenuto come dialogo con l'inanimato, disatteso dall'attenzione dei più nel vivere quotidiano, costituisce per lui intento poetico del tutto istintivo pur mediato dalla razionalità tecnica del fare arte. Così è stato per il recupero dei legni dei marmisti e così è proseguito nelle Interpretazioni e negli Innesti cercando di comprendere ad esempio il senso dello sviluppo naturale, la forza vegetativa del legno individuandovi direttrici e l'articolarsi delle venature. Da qui, procedendo nell'esaminare lo svilupparsi della sua produzione artistica, una particolare attenzione va riservata alla sua produzione delle Trasmissioni del colore, una quasi naturale estensione della oscillazione del dialogo con le persone e le cose da lui cercato instancabilmente tutta la vita, nel pubblico e nel privato. Si tratta di numerose opere costituite da pannelli di legno opportunamente forati per permettere, appunto, il passaggio, la trasmissione del colore da un lato all'altro dell'opera stessa. Dando credito ai patiti della fisica quantistica e dei multiversi, che attualmente proliferano a torto o a ragione in tutti gli ambiti, potremmo individuare in queste opere una sorta di ubiquità, o meglio di entanglement degli elementi colorati, come fossero risonanti, ognuno nella medesima frequenza di vibrazione. Tant'è che l'opera che lui individua col titolo di Non libro, per riportare un esempio fra tutti, potremmo percepirla come fragore di un ipotetico coro angelico. Potremmo dire che questa opera possa essere una sorta di Stele di Rosetta utile alla lettura della sua prassi artistica nel produrre questa serie di opere. Qui c'è tutto: ogni colore/frequenza leggibile come nota sul rigo della partitura, le legature, le consonanze e le dissonanze rapportate caoticamente seppur in un certo modo coerenti e ordinate... un divino caos, insomma, in cui la sincronicità acausale degli eventi si manifesta... «è uno specchio della vita - commenterebbe Aimo - che pur scritta non sai mai cosa ti riserva». La vita, che lui vedeva con rammarico stravolta e annichilita da guerre e conflitti sociali, la proiettava utopicamente in un mondo armonioso futuribile, consegnandola agli Alberi della Pace. Delle sculture, queste, composte ciascuna da elementi metallici modulari da lui modellati singolarmente e con pervicacia infinita per poi raggrupparli, rapportandoli coerentemente in strutture arborescenti. Suggeriva con queste sculture l'immagine concreta quanto sognata di un possibile rapporto di intesa e collaborazione fra gli individui. (Michele Caldarelli - agosto 2026) | ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
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