| "Un naif consapevole”" di Alberto Longatti
dal volume "Luigi Aimo Cerati - un naif astrattista" edito da Nodo libri - 2011 per la mostra antologica di Luigi Aimo Cerati presso il Museo didattico della Seta - Como - giugno 2011
Era un uomo dal tratto semplice e
cordiale, Luigi Aimo Cerati, ma tutt’altro che sprovveduto di
spirito, di intelligenza, di sensibilità. Con il suo sorriso aperto
e la modestia di comportamento, sempre pronto a fare un passo
indietro, era conscio delle sue possibilità inventive e sicuro nelle
scelte. Amava la natura, il mondo, la vita: e per questo, quando
decise di soddisfare la sua vocazione di artista, preferì servirsi
di materiali non costruiti in laboratorio, ma trovati dovunque si
lavorassero prodotti naturali, il legno, i tessuti, il metallo.
Meglio se fossero stati materiali non pregiati e nemmeno integri, ma
già segnati dalla mano dell’uomo, dalla fatica degli artigiani,
persino sottratti alle scorie industriali. Un uomo semplice, che s’era
formato da sé una cultura estetica e una destrezza manuale in grado
di trarre un linguaggio soltanto suo. Naïf, certo, come lo definisce
il titolo dell’antologica allestita nelle nuove sale del Museo
didattico della Seta, però addestrato, cosciente delle
caratteristiche dei mezzi adottati, dotato di una pazienza esecutiva
e di una tenacia che sono qualità tipiche dell’artista vero. Non
si arrendeva al freddo, alle intemperie, alle condizioni difficili,
stremanti, in cui spesso si trovava a dover operare. Lo sosteneva
l’entusiasmo di sentirsi creatore del nuovo, di dar corpo alle sue
idee generose di pacifista, di amante della sincerità, di ammiratore
della bellezza, di cultore dell’empito coloristico, delle effusioni
cromatiche che s’ispirano all’incantesimo degli arcobaleni. Un uomo semplice che pensava in
grande. Non solo per le dimensioni delle sue opere, che dovevano
avvolgere idealmente il riguardante, fornirgli un pretesto per
dimenticare la realtà quotidiana e rifugiarsi in un’altra realtà,
quella dell’astrazione mentale ma senza abbandonare il luogo dal
quale era partito, nella sua concretezza: attento ad alzarsi da terra
senza perdere il contatto con essa. Senza perderla di vista
abbandonandosi alle fantasticherie più ardite, restituendone
l’essenza, le caratteristiche intrinseche anche tattili. Raggiunse l’apice di questa sua
capacità di volo radente sulle cose nell’usare la tecnica divenuta
per lui congeniale, il frottage, nel catturare i particolari di ciò
che si sfiora senza davvero scorgere, la superficie su cui si
cammina. Non solo il pavimento di una stanza, ma il selciato di una
strada, di una piazza, di un angolo qualunque della città. L’arte
assurta al ruolo di rispecchiamento dell’ambiente urbano, nei suoi
aspetti più reconditi. Con il frottage, che s’avvale dello
sfregamento di materie duttili su oggetti solidi per ricavarne
l’impronta, avvicinava agli occhi l’immagine, la forma di ciò
che calpestiamo, la scopriva e nel momento stesso di svelarne
l’identità la trasformava in un “doppio” della realtà che
aveva tutta l’apparenza di un fantasma surreale. Quante volte
abbiamo camminato sopra una tela stesa su un tombino, un marciapiede,
una pavimentazione qualsiasi senza accorgerci che era il supporto di
un “rasoterra” (così li chiamava) del Cerati! Questa mostra ha il pregio di
presentare un’efficace sintesi dell’intero percorso ideativo
dell’artista, che egli ha documentato con scrupolosità in una
serie sorprendente di faldoni in cui segnava la genesi di ogni opera,
accompagnata da scritti, considerazioni, appunti, notizie, ritagli di
giornale, lettere. Un vero e proprio diario. Prima dei frottage di
lino, cotone e seta sono esposte le sculture realizzate a partire dal
1976 per lo più in un legno scuro come il palissandro indiano,
dall’esteriore durezza ma duttile nella sostanza, recuperato nei
magazzini di marmisti già segnato dalle seghe (“ferito”, diceva
lui) perché usato per interporsi fra le lastre in lavorazione. Nelle
fessure, nei tagli prodotti dalle fresature, inseriva strati di
colore, li faceva diventare totem, mosaici, pannelli da appendere,
tastiere di uno pseudostrumento musicale. Oppure se ne serviva come
telai per bucherellarli e tramarvi sopra intrecci di nastri colorati,
in lana o metallo. A queste sculture dall’aspetto
talvolta austero talaltra giocoso, a seconda dell’orchestrazione
cromatica, dal 1982 si aggiungono i cosiddetti “alberi della pace”
in segmenti di metallo. Gli venne infatti l’idea di assemblare dei
moduli precostituiti per macchine o utensili nell’anno in cui si
stava aggravando fino ad esplodere la guerra fredda fra Russia e
America. A ciascuna di quelle fronde metalliche, ordinate e composte
come degli alberelli, Cerati dava il nome di uno Stato: all’inizio
quanti erano i Paesi dell’URSS, poi tutti gli altri nel mondo, i
popoli esistenti sulla crosta terrestre. Tutti uniti per coesistere
senza confliggere, tutti uguali, in grado di comprendersi, di
accettarsi. Tutti finalmente in pace. E se nella maniera di
atteggiarsi, di reggersi, i moduli metallici somigliano alle argute
“sculture da viaggio” di Bruno Munari, ben diversa è la loro
destinazione, non ludica né ironicamente ammiccante, ma coerente con
le strutture arboree naturali e orientata a fornire un preciso
messaggio di armonia universale che l’ottimismo utopico
dell’artista riteneva praticabile malgrado ciò che accade di
continuo, le valanghe di odio che scardinano i rapporti fra le genti. Seguono i libri da non leggere
dove le pagine sono in corteccia d’albero, i legni traforati e
variegati con quella che catalogò come “trasmissione del colore”
giustificandone la presenza in rivoli incanalati e condotti in varie
direzioni, e infine i prediletti frottage. Una particolare serie di
questi ultimi è nata proprio nei locali del Museo della Seta, il
giorno in cui Cerati scoprì l’esistenza delle vecchie planches per
la stampa sulla seta. Gli stamponi, provenienti per lo più dalla
ditta Francis Clivio e non più utilizzati dal 1926, quando irruppe
sul mercato internazionale dell’industria serica il più moderno e
pratico metodo della fotoincisione, suggerirono un modo nuovo per
realizzare frottage che non comportava lo sforzo di chinarsi per
stendere i drappi di tessuto, premerli, lavorarli sul posto in
condizioni spesso disagevoli. Gli stamponi, in legno di pero, erano
maneggevoli, potevano essere spostati nel silenzioso laboratorio che
l’artista aveva allestito a Casciago (Varese), premuti su strisce
di tessuto serico e quindi ripassati con sovrapposizioni di linee al
disegno originario e diffusi giochi di colore. Nel 1991 vennero realizzate
cinquantaquattro pitture sulla traccia lasciata dagli stamponi,
scelti fra i settecento conservati nel Museo comasco, arrivando a
prolungare l’effetto della semplice impressione su tela
moltiplicando i disegni e allungando i supporti. L’esito, valendosi
dei formati diversi, con strisce coloratissime di tessuto appese come
antichi teleri, è di particolare intensità decorativa, armoniosi
nelle composizioni e dotati di sorprendente grazia formale, di una
leggerezza davvero accattivante. Si direbbe addirittura che promani
da loro una carica sottile di musicalità. Sono le prerogative dell’arte
semplice, spontanea ma ricca di potenzialità espressive di Luigi
Aimo Cerati, che tendeva a condividere con gli altri, a insegnare ai
giovani, improvvisandosi “maestro di bottega” alla maniera antica
quando le scolaresche in visita al Museo gli chiedevano come
realizzasse le sue opere. Allora, sprigionando da tutti i pori la
gioia che lo animava sempre, non lesinava spiegazioni ed esempi della
tecnica in cui era diventato un agile specialista. Lui, nipote di
ombrellai e figlio di un ambulante, per guadagnarsi il necessario
sostentamento non aveva abbandonato il mestiere di famiglia, ma nella
gratuità dell’esercizio artistico esprimeva il meglio di se
stesso, veicolava la sua personale visione del mondo. E ogni volta
che qualcuno gradiva il suo lavoro si sentiva umanamente compreso. L’arte per lui era questo, un
mezzo di comunicazione, non un mero guadagno. Nella sua scala di
valori una stretta di mano, un complimento contavano più di un
compenso in denaro. Si meravigliò, un giorno, venendo a sapere che
una sua opera era stata venduta durante la seduta di una celebre casa
d’aste internazionale. Chissà chi l’avrà comprata, si chiese. E
aggiunse “speriamo che l’apprezzi”, concludendo “preferirei
comunque che finisse in casa di un amico”.
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