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"Luigi Aimo Cerati - Linee colori impronte" di Elena Isella
testo scritto per la mostra personale di Luigi Aimo Cerati presso Villa Sormani - Mariano Comense (Como) dal 4 al 21 luglio 2013
Come
tutte le passioni, quella di Luigi Aimo Cerati per l’arte si
manifestò all’improvviso, inaspettata come altre nella sua vita e
tra le prime il lavoro. Venditore ambulante di ombrelli e cappelli,
Cerati era abituato a lavorare all’aperto a diretto e costante
contatto con la gente; generoso per natura trasmetteva immediata
simpatia e buonumore. Non solo le arti figurative e il lavoro lo
interessarono: aperto al mondo amava la musica, il ciclismo (che
aveva praticato), i viaggi e la fotografia. Tutto
ciò corrisponde a realtà, è testimoniato da chi lo ha conosciuto e
frequentato, da chi ha avuto il gran piacere di condividere occasioni
di lavoro, svago, di amabile conversazione. E c’è dell’altro. E
qui interessa muoversi da sensibili osservatori negli oggetti d’arte
e nel loro carico espressivo. Il
primo dipinto di Cerati è un piccolo quadro molto attentamente
incorniciato da una doppia intelaiatura dorata con passepartout
vellutato nero che fa emergere al centro un merletto di Cantù
rettangolare di 15 per 20 centimetri, del quale rimane visibile solo
il bordo esterno, poiché la parte centrale è utilizzata come
supporto per la stesura del colore. Si intitola Dissonanze, come
denuncia con spirito museografico l’etichetta metallica apposta sul
passepartout, e in basso a destra è firmato «C.L. 1961». Sia detto
subito che non è il valore artistico o estetico che in questo caso
interessa, è piuttosto un’altra la riflessione suggerita dal
quadro. I colori, stesi a rapide pennellate, vanno dal verde scuro e
blu dei bordi, al rosso e giallo e bianco del centro sovrapposti fino
a definire un nucleo caldo e luminoso, sopra il quale però, più
precisi e sintetici segni neri tracciano una sorta di paesaggio
interiore memore di Paul Klee e Alfred Manessier, smorzando e
comprimendo lo slancio e la forza propulsiva di quel centro. Più
si osserva e si pensa a quel quadretto, più esso pare prodigo di
significato sull’esperienza artistica di Luigi Aimo Cerati. Dopo
qualche esercizio figurativo del 1975 (paesaggi, figure), Cerati si
orientò verso rappresentazioni astratte con un intuito sicuro e
concreto che lo portò a cercare il materiale ispiratore in elementi
di reimpiego. Radicato nel territorio in cui era nato, cresciuto e
che ben conosceva, sia negli aspetti paesaggistici che sociali,
l’artista frequentava gli artigiani, le botteghe e le aziende del
Comasco e del Varesotto. Ne recuperò in prima battuta lastre lignee
comunemente utilizzate nell’industria del taglio dei marmi. Sono
legni già casualmente incisi dalle frese, sui quali le
sovrapposizioni delle fenditure creano dei reticoli più o meno fitti
e dagli spessori diversi. Cerati osservava quelle tavole, le
sceglieva e le faceva proprie adattandole, con altri tagli ben
calibrati, alle necessità espressive del colore. Su queste trame,
infatti, l’artista stendeva colori a olio, spesso privilegiando una
sola tonalità (una vasta gamma di ocra, di azzurri, di marroni),
alcune volte con intento naturalistico altre rispondendo a una
ritmica strettamente compositiva, dando vita a quel particolare e
interessante oggetto d’arte a metà tra la pittura e la scultura
che a volte incorniciava e appendeva, a volte dotava di base
immorsata, facendogli raggiungere anche dimensioni importanti.
Nasceva così, nel 1976, la fortunata serie dei legni del marmista.
Cerati frequentava in quegli anni D’Ars Agency, un’organizzazione
fondata a Milano da Oscar Signorini, che si occupava di sostenere
tramite incontri, mostre, attività di pubbliche relazioni, e
soprattutto occasioni di confronto, l’attività di artisti, in
particolare giovani. Una realtà, ancora oggi attiva, che offrì a
Cerati, autodidatta ricettivo e curioso, “insegnamenti”
importanti, tali da orientare – in certi momenti molto decisamente
– il suo percorso artistico. I legni del marmista furono la
risposta personale e coerente di Cerati alle numerose e differenti
sollecitazioni artistiche e critiche che una mente attenta e uno
sguardo perspicace potevano senz’altro cogliere in quel gruppo. A
diversi livelli di partecipazione, aderirono a D’Ars artisti come
Lucio Fontana, Mario Nigro, Enrico Baj, Arnaldo Pomodoro, Giò
Pomodoro, Agostino Bonalumi, Piero Manzoni e molti altri. Sfogliando
la rivista «D’Ars», pubblicata in seno all’attività del gruppo
legato a Signorini, oltre che durante gli incontri e le esposizioni
promosse, Cerati si formò con naturalezza un gusto sicuro e talvolta
seppe cogliere gli spunti più innovativi di ciò che il sistema
dell’arte dei decenni appena precedenti (anni Cinquanta, Sessanta)
e di quegli stessi anni andava affermando. La scultura informale,
soprattutto milanese, il Mac (Movimento Arte Concreta), certe
esperienze astratte sono tutte importanti correnti artistiche dalle
quali Cerati assimilò canoni linguistici prima di tutto a livello
visivo e qualche volta anche concettuale. I bassorilievi per il Genio
Civile di Imperia (1957, bronzo) di Emilio Scanavino; Tavola dei
segni(195859, piombo), Colonna del viaggiatore (1959-60, bronzo),
Porta (1977, bronzo) di Arnaldo Pomodoro; Ritrovamento (1958-59,
bronzo) di Giò Pomodoro. E ancora Strutture su fondo blu (1953, olio
su tavola) di Luisa Sturla; Opera cosmica (1958, tempera su panforte)
di Ettore Sottsass; Simultaneità di elementi in lotta(1954, tempera
verniciata su tela), Dramma nello spazio e nel tempo (1955, tempera
verniciata su tavola) di Mario Nigro ispirano – partendo da
presupposti diversi e con esiti diversi – le prime prove artistiche
di Cerati e in particolare la serie dei legni del marmista, che si
esaurirà entro il 1981. Già
nel dicembre del 1976, Cerati diede avvio a un’altra e più feconda
serie: la trasmissione del colore. Si tratta di sculture lignee –
ma pure in questo caso la decisa classificazione non deve far perdere
di vista il costante binomio plastico-pittorico simultaneamente
presente in molte serie dell’artista marianese – quasi sempre in
palissandro d’India, sulle quali l’artista interviene con piccole
trapanature, che passano da parte a parte la tavola, e con solchi
precisi più o meno profondi che ospitano colori a olio puri: giallo,
bianco, rosso, blu, verde e più avanti compariranno il viola,
l’azzurro, il verde acido. Il colore tiene in collegamento i fori
tra loro facendo da essi scaturire dei tratti che disegnano forme
geometriche (rettangoli, triangoli, circonferenze, ellissi) o
tracciati, semplici maglie, ventagli di segmenti, come nelle opere di
Franz Furrer degli stessi anni, artista che frequentava le stesse
gallerie di Cerati e il gruppo D’Ars. Il colore si trasmette da un
foro all’altro e ben presto (1978-79) la trasmissione avviene anche
da scultura a scultura: coppie di tavole lignee affiancate si fanno
trasmittente e ricevente del colore. Dal
1983 il colore non è più steso solo per rigidi segmenti, ad essi si
aggiungono linee morbide e ampie volute. La trasmissione avviene
inoltre tra un lato e l’altro della tavola lignea, non esiste più
un recto e un verso, ma è pensata una doppia lettura paritetica in
cui i due lati sono tenuti in comunicazione dal colore tramite i
fori. Dall’agosto del 1985 sulle sculture della trasmissione del
colore, Cerati inizia a utilizzare fili di lana e raramente dei
tasselli di impiallacciature di palissandro. Nelle prime prove –
alcune opere già nate solo con i fili disegnati dal colore – lana
e pennellate a olio convivono, ma dal 1985 la lana sarà l’unico
materiale utilizzato per “trasmettere” il colore. Proprio
in quell’anno, l’artista partendo dai medesimi materiali con i
quali realizza le trasmissioni del colore, il palissandro d’India e
i fili di lana, elabora un’altra serie di opere in cui sottili
fogli di palissandro, nell’industria utilizzati come
impiallacciature, sono incollati su tele bianche e i fili di lana
ripropongono i disegni delle sculture (con le quali spesso si
accoppiano) oppure fanno da collegamento tra due fogli di legno
giustapposti. Le opere di Max Kuatty (Amazzonia, 1979, legno; Dio non
l’avevi dominato mai, 1979, legno) sulle pagine di «D’Ars»
probabilmente sostennero Cerati nella scelta del materiale, ma nelle
opere dell’artista marianese la bidimensionalità è solo di poco
privilegiata: il colore è filo di lana che, spesso lasciato morbido,
sborda dalla tela, e talvolta ai due fogli di palissandro incollati
ne viene aggiunto al centro un terzo che esce trasversalmente dal
supporto verso l’osservatore, come un libro da sfogliare. In alcune
occasioni queste opere con fogli di palissandro e fili di lana sono
il pretesto per lanciare messaggi molto cari all’artista, in
particolare la diffusione della pace nel mondo, della concordia tra i
popoli. I fili di lana aggrovigliati devono distendersi, permettere
la trasmissione del colore, dell’energia vitale. Il tema della pace
era peraltro già stato affrontato da Cerati, nel 1981, con la serie
alberi della pace, che continuò molto a lungo anche con performance
e attività didattiche nelle scuole. Figurativamente vicine alla
Struttura continua(1961-67,
metallo) di Munari o all’Albero della metropoli(1975, anticorodal e
resine) di Luigi Grosso, le sculture sono formate da piattine in
alluminio di reimpiego, montate l’una sull’altra per dare vita a
un albero: il primo della serie conteneva pezzi d’alluminio quanti
erano gli Stati dell’epoca. Con lo stesso spirito nacque anche la
scultura Le attese del 1982, ispirata al conflitto delle Falkland. Nel
momento creativo in cui realizzò la trasmissione del colore su fogli
di palissandro, Cerati si interessava alla Poesia visiva. Roberto
Sanesi, critico, letterato, artista, collaboratore di D’Ars – che
scrisse un’acuta recensione sull’opera di Cerati – con ogni
probabilità stimolò l’interesse dell’artista marianese in
questa direzione. Le opere di Luciano Caruso (Tavola dell’afilosofia,
1969) e la giocosità dei libri illeggibili di Bruno Munari sono più
che suggestioni in La trasmissione del colore. Il non libro. Volume I
e volume II (1985), Omaggio a A. Chiappani (1985) e altri in cui
brani tratti dalle recensioni delle mostre di Cerati a firma di
Vittoria Palazzo, Luciano Caramel, Luigi Cavadini riportati sui fogli
di palissandro vengono bucati qua e là per consentire il passaggio
dei fili di lana, facendo emergere il disegno delle trame colorate a
scapito delle parole. Ma
occorre fare un passo indietro. Lo slancio felice, vivace e fecondo
della trasmissione del colore, quel nucleo giallo-rosso del quadretto
su pizzo di Cantù, conosce negli stessi anni anche fasi di più
composta e profonda riflessione, quei verdi-blu delle estremità del
dipinto. Dal 1978, dopo un’intuizione del 1977, Cerati avviò la
serie interpretazione che proseguì con continuità fino al 1981 per
poi ritornarvi sporadicamente nel 1988. Lo scultore, qui nella piena
consapevolezza del mestiere, sembra dedicarsi allo studio più
meditato della materia e della sua lavorazione. Palissandro d’India,
valutato non solo nel suo colore ma nelle sue forme e nodosità,
noce, noce nero turco, rovere, pezzi spesso recuperati da avanzi di
trancia o da vecchie traversine di binari, sono protagonisti e
valorizzati dal lavoro di intaglio e in qualche caso di un’appena
accennata colorazione, tramite colori catalizzati. Sono la dimensione
materiale e la dimensione fisica che interessano: è scultura. E come
tale, nella pienezza di materia e forma – essenzialmente –
esprime. Nascono opere dense, in cui la dimensione anche monumentale,
è completamente dominata: potenti, ferme, con un’incisività
primitiva e totemica. Fu di supporto il confronto con le opere di
Nino Cassani, scultore di bronzo e pietra a Viggiù (Ritmi lunghi,
1972, bronzo; Pietra viva, 1972, pietra; Struttura ritmata, 1974,
pietra), tra l’altro presenti sulle pagine di «D’Ars», e alti
punti di riferimento, quali potevano essere per esempio le opere di
Pietro Consagra (Piccolo comizio, 1956, bronzo; Colloquio libero,
1959, bronzo) e di Umberto Milani (Modo n. 20, 1958, bronzo) degli
anni cinquanta. Spesso la fase di realizzazione dell’opera era
legata a eventi che turbavano il quotidiano dell’artista: la
scomparsa di un amico, il sequestro di Aldo Moro, la guerra civile in
Libano. Nel
frattempo, nel 1981, in una sorta di convergenza tra legni del
marmista e interpretazione, nacque la serie innesti. Porzioni di
legni di marmisti sottili e grezzi o colorati vengono posti su tavole
rettangolari di palissandro d’India, rette in verticale od
orizzontale da piedistalli in metallo. La serie, pur portatrice di
soluzioni compiute e ben riuscite, fu da stimolo per l’avvio dei
frottages, ai quali il nome di Cerati è spesso univocamente
collegato. Una volta isolate queste porzioni di legni di marmista,
scegliendo per la scultura che viene a crearsi un solo lato di
fruizione, l’artista lesse il legno applicato, innestato, come
possibile impronta per ottenere tele astratte, le quali, come detto,
nascevano però da elementi concreti con un rapido passaggio –
naturalmente avvertito da Cerati – dalla tridimensionalità alla
bidimensionalità. I frottages su tela realizzati con colori a olio –
tecnica che sfrutterà anche Alfredo Pirri per i suoi Gasdel 1989,
certo con altre implicazioni semantiche – sono stati da questo
momento in
poi numerosissimi e si sono riversati anche in altre serie. Impronta
n. 1(1981), la prima scultura della serie innesti, diede il via,
nello stesso anno, alle tele che, una in fila all’altra, ottengono
la rappresentazione di un trabucco (pontile per la pesca a rete
diffuso sulle coste del centro-sud Adriatico); e soprattutto, sempre
nel 1981, Cerati avviò i frottages sulle pavimentazioni stradali, i
cosiddetti “rasoterra”: una porzione di selciato in porfido di
Pavia, la soglia in calcestruzzo della Biblioteca Civica di Mariano
Comense (una seconda versione, del 1986, è ancora oggi lì
conservata) e, su tela colorata per ombrelli (rossa, blu, gialla),
impronte del cortile di casa, un tombino a Porta Torre a Como, i
sampietrini della piazza della chiesa di Carate Brianza. Quest’ultimo
gruppo risulta sicuramente più riuscito: il forte colore di fondo e
i segni neri meno riconoscibili come selciati rimandano –
unicamente come richiamo visivo – alle opere degli spazialisti, ma
Cerati non li replicherà, molto più interessato al dato di realtà
e al piacere di condividere momenti di incontro durante la loro
realizzazione, a Varese, Como, Mariano, Casciago, Milano, Bergamo,
Seregno, Lugano, Verona, Ascona, Venezia... Il frottage venne
utilizzato nel 1985 anche sulle sculture della trasmissione del
colore: sulla tela stesa sulle tavole lignee veniva riportata con
colori a olio la sagoma alla quale erano poi realmente applicati i
fili di lana colorati. Tra il 1987 e il 1988 Cerati, affascinato da
graffiti, incisioni rupestri e frammenti archeologici, spesso visti
in occasione di viaggi, realizzò frottages partendo proprio da
questi materiali: le rocce incise del villaggio protostorico di
Pianvalle a Como, le sculture della pieve di Sant’Ambrogio a Uscio,
le lastre di reimpiego presso l’oratorio della Passione a
Sant’Ambrogio a Milano, utilizzando anche la carta da tipografo;
nel 1990 invece si cimentò con gli oggetti della collezione del
Museo delle Culture di Lugano, nel 1991 con le planches in legno per
la stampa a mano di tessuti di inizio Novecento conservate al Museo
Didattico della Seta di Como e, per le seterie Ratti di Como, nel
1990 con le matrici per la stampa tipografica (serie tema primo da
pannelli in fibra di legno) e nel 1992 con le planches in panforte. E
ora interessa concentrarsi su una limitata produzione di Cerati: nel
tempo, lo impegna solo l’anno 1983, e nella quantità 10 dipinti e
10 sculture. La fonte d’ispirazione è di nuovo la trasmissione del
colore, le sculture infatti sono tavole di palissandro dalle medie
dimensioni, poste su piedistallo d’acciaio, con fori collegati tra
loro da linee di colore a olio, la lettura è duplice, da un lato le
tracce colorate disegnano una forma, dal lato opposto un’altra e il
colore passa coerentemente tra una faccia e l’altra: il rosso che
scompare in un foro emerge da quello stesso punto sulla parte
opposta. Il quadro, nato simultaneamente alla scultura, grazie alla
sua bidimensionalità mostra questi passaggi e con i colori decisi
del fondo, monocromi giallo, verde acido, rosa, panna, amaranto, dà
un senso di grande apertura e vigore. Il brio, l’allegria che le
opere esprimono le collocano perfettamente nel momento di loro
realizzazione e anzi anticipano di un paio d’anni i cosiddetti
“Anni Ottanta”, quando, dal 1985 in poi, molti giovani artisti
anche quelli di ambito milanese, vollero lasciarsi alle spalle il
passato, non erano interessati alle questioni ideologiche, politiche,
all’arte d’accademia: vi era una perfetta consonanza tra pensiero
e atto e il non provenire da una scuola, da una “educazione”
artistica era un valore aggiunto. Le opere riuscite di quegli “Anni
Ottanta” sono oggetti e sono immagini, questo aspetto è ciò che
le caratterizza, e ciò che accade nelle tele + sculture di Cerati.
Tanto più che in questi lavori del 1983, Cerati sembra più
espressivamente libero, meno interessato a ottenere un riscontro: su
questa strada, avrebbe potuto spingersi ancora un po’ più in là. E
si ripensi a quel quadretto dal quale si è partiti. Il legame con
l’ambiente in cui si nasce e si vive, gli slanci delle aspirazioni
che chiedono di misurarsi con temi, contenuti, pensieri dei quali non
sempre ci si sente all’altezza, la ricerca dell’approvazione di
molti, quando spesso la giusta misura è unicamente l’urgenza di
dire o il semplice piacere della libertà di esprimersi.
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