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"Luigi Aimo Cerati" di Luciano Caramel
Testo
scritto per la mostra personale di Luigi Aimo Cerati presso la Galleria
d’Arte “Il Salotto” di Como dal 13 dicembre 1981 al 14 gennaio
1982.
Punto di partenza del lavoro di
Luigi Aimo Cerati – quando, nel 1976, ebbe a superare l’iniziale
naïf illustratività – pare essere il metodo dello straniamento
quale fu analizzato, nel 1917, da Viktor Šklovskij: inteso cioè
come «creazione di una particolare percezione dell’oggetto,
creazione della sua “visione” e non del suo “riconoscimento”»,
come «trasposizione dell’oggetto dalla sua percezione abituale
nella sfera di una nuova percezione, cioè una originale variazione
semantica»: insomma come «sottrazione dell’oggetto
all’automatismo della percezione», alla percezione «per
riconoscimento» anziché «per visione», che di fatto ci impedisce
di «vedere» quanto è davanti a noi, quanto sappiamo essere davanti
a noi. Su tale procedimento, infatti, si
fondano le prime “impronte” di questo singolare autore, che con
apparente semplicità, e quasi per istinto, si trova a toccare sempre
questioni nodali – e complesse – della moderna artisticità. Esse
consistevano esclusivamente – ed esemplarmente – nella
“trasposizione”, nel senso šklovskijano appunto, di frammenti di
legno con tracce lasciate dal taglio del marmo ripetutamente eseguito
dagli artigiani sopra di essi. Impronte successivamente oggetto di
interventi manuali da parte dell’artista, che ha scoperto le
possibilità della manipolazione libera di forme e colori. E si è
trattato dapprima solo di aggiunte cromatiche, quindi di forature su
grosse tavole di legno e di incisioni sulle stesse, con essenziali,
decise striature di colore; infine di “interpretazioni”, ove,
muovendo dal dato iniziale offerto dalle venature e dai nodi del
legno (oltre che dalle sue qualità di colore e durezza e dalle
caratteristiche del taglio), Cerati dava corpo a ritmi e rapporti
sempre nuovi, spesso di grande energia inventiva. Con un progressivo
accentuarsi dell’autonomia espressiva nei confronti dell’objet
trouvé; e quindi con la creazione di immagini con quello non
coincidenti, come invece nelle “impronte”. Alle quali, tuttavia,
è da ultimo ritornato, come questa mostra documenta. Nelle opere qui esposte, infatti,
l’artista attua un recupero della matrice della sua ricerca, che
viene però presentata non nella sua originale fisica oggettività ma
con una trasposizione dalla tridimensionalità alla bidimensionalità,
ottenendo così l’impronta di una impronta. Dove alle memorie di
cui il primitivo reperto era carico si aggiungono quelle della storia
alla sperimentazione dell’autore. E dove alla realtà della cosa si
sostituisce definitivamente la realtà dell’immagine. E proprio
entro l’immagine assistiamo al verificarsi di una intera
metamorfosi, che da un determinato rapporto ci porta, attraverso
graduali modificazioni che gli iniziali nessi essenzializzano e
rarefanno, all’approdo ad un diverso referente, trovato nel campo
medesimo del dipinto, eppure determinato, autonomamente esistente. Si tratta di una di quelle
costruzioni in pali di legno che portano e reggono apparecchiature di
pesca a bilancia localmente indicate, sulla costa abruzzese, con il
comprensivo termine di “trabocchi”, il cui impianto si trova a
coincidere con l’andamento delle trame del pezzo inciso di legno
dal quale Cerati aveva sviluppato il suo percorso. Il risultato – da cogliere
nella serie più che nelle singole tele – è suggestivo, nel suo
presentare l’intimo trasformarsi del segno, col variare dei
riferimenti semantici entro il persistere, nella
sostanza, dello stesso impianto strutturale. Ancora una volta
l’artista ha raggiunto traguardi stimolanti, non privi, anche, di
insidie, ma aperti ad ulteriori ampliamenti, che ci auguriamo egli
sappia individuare. TORNA ALL'INDICE DEI TESTI
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