Archivio Attivo Arte Contemporanea
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Le mantellate
di Rachele Bianchi di Ennio Rossignoli Sono figure chiuse nella materia, solo piccoli volti severi le sovrastano, emergendo come a fatica da strutture ferme, compatte, schive di forma, che coprono e insieme tradiscono lunghi pensieri e decisive emozioni. Non tutte ma più di tutte significative di un'esperienza e di un pathos, l'esperienza dell'isolamento e il pathos dell'esclusione. Sono -con le altre più svelate, con i bassorilievi, con le teste di donna il racconto autografo di Rachele Bianchi, che intaglia nel gesso, nel bronzo, nel marmo, immagini di arcaica essenzialità ed espressionistiche interferenze, e perciò suggestioni del misticismo medievale ricomposto da una luterana scrupolosità. Ancora una volta dunque, l'arte è racconto dell'uomo che si racconta, freudianamente, indagine nel silenzio della coscienza, in cui si nasconde il senso stesso del vivere; è ancora trasformazione dalla materia muta e oscura alla forma concreta e significante. La messa in scena e in gioco di ciò che la società, o un suo individuo ha rimosso per difendersi. Gottfried Benn diceva che essenza dell'arte è la riservatezza infinita; può non esserlo, ma quando non ci sia questo inoltrarsi verso l'intimità e la solitudine che è il percorso d'opera della scultrice, sorta d'itinerario kafkiano, dell'individuo costretto a fronteggiare il processo della vita in un universo del quale lo schema e la coerenza gli restano fondamentalmente incomprensibili. E come un lungo grido doloroso che giunge fino a noi da misteriose lontananze, la rappresentazione di una situazione umana senza prospettive ne conforti espliciti: grido prosciugato nel taglio dei volti senza volto, o con volti appena scolpiti nell'universale fisionomia della sofferenza e della consapevolezza alla sua condanna. Autoritratti d'anima per il ripetersi, nelle linee aguzze del corsivo figurale, di un viso assorto, attento a percepire le vibrazioni di un dramma: il "suo" viso. Si è detto di Kafka. Il processo, il castello, la colonia penale: una scala s'inerpica davanti a porte schiuse sul buio e, in cima, l'uomo vi entra per sapere; un labirinto; una sequenza di figure piegate nell'angoscia della schiavitù e di figure distese a invocarne la liberazione, o a salutarla. Il trittico di un'allegoria dell'attesa inutile, dell'inutile fuga da un destino che, come ha scritto Hesse, non viene da una sola direzione e cresce dentro di noi. Siamo tutti in una fortezza Bastiani e aspettiamo davanti a un deserto che non nasconde lotte, esiti, speranze, ma il fallimento, l'irrisione, il nulla. I Tartari non verranno, non vi sarà un senso, qualsiasi senso all'esistenza dei reclusi. Simili ai difensori di Buzzati, anche le "mantellate" di Rachele Bianchi, come le antiche carcerate milanesi, sono costrette alla reclusione dalla vita, che resta sospesa al di là dei loro schermi, dei "tabarri di tenebra", come li ha chiamati Milena Milani esortando quelle donne a fuggire via dal silenzio verso la luce, la voce, le parole. Verso un colloquio divenuto impossibile dopo che hanno saputo. Sono alcuni dei grandi temi del pensiero contemporaneo che l'artista ripropone nella laconicità di un significato senza mediazioni, sentimento dell'uomo che si apre e subito si ferma nella materia eludendo ogni sovraccarico simbolico. Kafka e Buzzati, dunque; e veramente buzzatiano appare, ben oltre il bronzo che direttamente vi s'ispira, l'atteggiarsi di una scultura che allarga il "brivido creativo" a una reale insicurezza, che rende illusoria la stabilità e ambienta gli incubi che furono anche di Kafka in un tempo come il nostro, non immobile come l'universo kafkiano ma sempre scorrevole con apparente tranquillità. Il suo è così "un universo ritagliato nelle illusorie certezze", ossimoro della moderna visione del mondo e di ogni arte che, al pari di questa, intenda farsene documento. Si è scritto "scultura gotica", "scultura della ragione", "scultura feriale": forse piuttosto e più semplicemente scultura di idee, senza più altro a definirla che non sia la sua verità, e rivelazione di quella verità nel farsi stesso dell'arte. E poiché la verità è un giudizio, ecco che il risultato estetico include un antefatto etico, una valutazione, un'assunzione di responsabilità: spunti di una filosofia della composizione che assegna al fatto artistico la necessità di una conseguenza, ossia la riflessione sulle ragioni di quel fatto, sul suo "dasein", il suo essere nel mondo e in rapporto con esso, in "quel" modo e non in un altro. Rachele Bianchi, scultrice dallo straordinario gesto tecnico, ci richiama dunque, per la forza stessa di quel gesto, a una consapevolezza dolente della condizione dell'uomo e della funzione dell'arte di fronte a essa. L'invito che ne deriva è a cercare dentro e non fuori della storia, sia pure attraverso la grande intermediazione dell'arte, le risposte ai quesiti ineludibili che in ogni tempo, ma più drammaticamente oggi l'uomo si pone per capire e farsi capire. Se ciò non avviene, se la delusione si pietrifica nella rinuncia a proseguire nella ricerca, su quell'uomo può calare il pesante velario dell'esclusione, metafora di morte della diversità e dunque della vita. È di questo che ci ammoniscono le figure enigmatiche, ma lo sono ancora? di cui Rachele Bianchi ha popolato il suo spazio poietico, spazio dell'invenzione e della costruzione, di ragione e di poesia, insomma della sola arte che conti. novembre 1998 |
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