Archivio Attivo Arte Contemporanea
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Galleria d'Arte Il Salotto via Carloni 5/c - Como

"FUOCO DI RUOTA"

30 SCULTURE di MARIALUISA BARBERA
una mostra personale e un blog interdisciplinare
in rete dal mese di novembre 2023

LE OPERE DELLA MOSTRA | IL BLOG INTERDISCIPLINARE | BIOGRAFIA DELL'ARTISTA

"Fuoco di Ruota" vuole essere un racconto condotto per testi e immagini attorno ad una tematica, cara all'artista Marialuisa Barbera, imperniata sul tema del mutamento.
È una mostra di sue sculture in bronzo, fuse a cera persa, che proponiamo in dialogo virtuale con una serie di testi antichi.

Nel Blog che ne deriva e che trovate qui di seguito troverete commenti relativi a viaggi immaginati al centro della Terra,
parallelo simbolico del "Forno Filosofico" alchemico. Ad ampliarne e connotarne il senso t
roverete anche schede su di testi di Alchimia e Lapidari
oltre a dei puntuali link che vi permetteranno di consultarli in rete per approfondire l'argomento.

Inoltre in appendice al blog si aggiungono le ultime sue sculture per un immaginato 
"Viaggio a Bisnagar"

Dove gli opposti si incontrano, dove fuoco e ghiaccio sovrappongono le proprie nature, proprio là l’immaginazione degli antichi navigatori aveva collocato l’ingresso a straordinari mondi sotterranei. Nelle fredde acque del Nord in prossimità dell’isola che, come ci ha tramandato Strabone, l’esploratore greco Pitea nominò “Thule”, posta nei paraggi dello spaventoso gorgo chiamato Maelstrom che inghiottiva le imbarcazioni in transito, più volte nella letteratura fantastica si è immaginato l’accesso ad un mondo migliore. Un mondo più prossimo all’essenza primordiale della natura, quanto rifugio di razze viventi dall’intelletto superiore, custodi della verità. Il racconto di ogni viaggio immaginato in quei luoghi risulta alla fine paradigma di una avventura fisica quanto intellettuale e spirituale, alla ricerca del bene, della conoscenza e del ritrovamento di se stessi. Un’avventura che univa per continuità e affinità l’esperienza odeporica a quella dell’esplorazione mineraria. Un’avventura che, somigliando in modo traslato alla operatività alchemica, produce come potremmo dire oggi, una sorta di entanglement che coinvolge materia e spirito, penetrando con una metafora, o meglio esperienza simbolica, la dimensione ignota della nostra esistenza parallelamente all’oscurità sfuggente del nostro inconscio. La speculazione metallurgica dell’operatività alchemica percorre questo alveo quando opera la trasmutazione della materia alla ricerca di quella pietra filosofale che permetterà di mutare il piombo in oro. Mutatis mutandis, nel caso della produzione di una scultura per tramite della vetro-fusione o della tecnica a cera persa col bronzo, quale è il caso della produzione artistica di Marialuisa Barbera, l’intento è quello di produrre, come un fulmine in ambito elettrico, una disrupzione della materia operando contemporaneamente una sintesi e una diversione nei confronti dei canoni della classicità che, come un rizoma eterno, risorge anche nell’ambito delle avanguardie espressive più aderenti al nostro tempo. Come in alchimia, il segreto sta nell’intendere e far coincidere la natura di chi opera con la materia su cui lavora e infine, entrambi, con il risultato di questo agire che si rivela infinito come il “Fuoco di Ruota”, l’energia occulta che alimenta la fornace filosofica, ossia l’ ”Athanor” il cui etimo gli alchimisti riconducono al greco Thánatos preceduto dalla A privativa... ottenendo il concetto di “senza morte”.

Il fascino della trasformazione, quale esperienza psichica costituisce substrato essenziale in tutta la produzione di Marialuisa Barbera. Questo accade quando usa una congerie di vetri, prima “deflagrati” e precipitati in frammenti, per poi essere recuperati quali preziose porzioni di memoria, nuovi racconti, convergenti in una unica narrazione fatta di trasparenze e colori, eco vivente di una esperienza “antica”; varco meditativo, filtro sapienziale, introduzione al proprio mondo interiore fatto di segreti e aperte confessioni, esemplificazione paradigmatica di caratteri psicologici conviventi nella narrazione articolata dalla luce. Questo accade anche nella sua esperienza più recente alle prese con la tecnica della fusione in bronzo a cera persa, il cui risultato sono sculture in bilico fra sentimento e ragione, costituite da elementi magmatici contrapposti, quanto complementari, a strutture nettamente geometrizzanti. Non ultimi, infine sono i suoi monili, anelli e collier, autentici talismani che traghettano con leggerezza la vanità dell’indossarli in un gioco intellettuale, un dialogo profondo con la materia perché, come argomenta l’alchimia stessa sulla propria ragione operativa, il segreto sta proprio in un gioco da bambini, vano quanto coinvolgente, nel leggere e intendere la vita con occhi nuovi, quelli dell’infanzia incontaminata.

Michele Caldarelli

SCULTURE

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ANELLI E COLLIERS


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A proposito del viaggio di Pitea nel Mare del Nord e di altri viaggi letterari simili...

Lʼantica credenza tibetana circa lʼesistenza di esseri spirituali, viventi molti secoli con lʼincarico di vegliare sullʼumanità, è probabilmente una delle prime fonti mitologiche ispiratrici di successivi racconti, ripresi anche in tempi moderni, a proposito di un regno sotterraneo abitato da una razza di esseri superiori. Dalle catabasi dellʼantichità più remota, arrivando allʼepoca dell'Eneide di Virgilio o della Divina Commedia di Dante, si è supposto che le viscere della terra ospitassero le anime dei trapassati ma, dove per alcune culture è situato lʼInferno per altre sta il rifugio elettivo di Maestri. Nasce così il mito della sotterranea Agartha, in Asia centrale, il cui ingresso in molti altri racconti viene collocato nel Mare del Nord una terra di fuoco e ghiaccio nella quale il sole non tramonta mai, nei paraggi della mitica Thule forse riconoscibile nellʼisola di Tile, citata per la prima volta nel 330 a.C. dallʼesploratore greco Pitea. Una località rappresentata più tardi da Olao Magno nella “Carta marina et descriptio septentrionalium terrarum” pubblicata a Venezia nel 1539 e poi, appunto, descritta nella sua Historia de gentibus septentrionalibus nel 1551, come isola di fuoco e ghiaccio nellʼAtlantico del Nord sotto lʼIslanda e al largo della Scandinavia. Questa isola, il cui toponimo varia nel tempo (Tile o Tule o Thule) è ricordata anche da Tacito nel “De vita et moribus Agricolae” e da Antonio Diogene in “Incredibilia ultra Thulen” nel II sec. d.C.

Nel 1665 Athanasius Kircher, maturando ipotesi proto-scientifiche, quale seguito naturale del suo Iter Exstaticum Coeleste, un immaginario viaggio fra i pianeti del cielo allora conosciuto, scrisse Mundus subterraneus, LINK dopo un soggiorno in Sicilia, dove nel 1638 assistette alle eruzioni dellʼEtna e dello Stromboli. Nel tempo Kircher divenne sempre più interessato ai fenomeni geologici e meteorologici e, dopo il suo ritorno a Napoli, si appassionò al cratere attivo del Vesuvio e condusse osservazioni sul posto. Dalle sue ricerche, Kircher dedusse che esistessero dei canali di continua circolazione del fuoco (dei quali i vulcani costituiscono occasionali valvole di sfogo in superficie) che lʼacqua emergesse dalle viscere della terra e che, queste, assieme ai venti, fossero responsabili di ogni evento geologico o meteorogico.

Nel 1721 in “Relazione di un viaggio dal polo artico al polo antartico attraverso il centro della Terra” (testo pubblicato anonimo ma da alcuni attribuito ad Amaulry Gabriel) lʼautore parte dallʼOlanda per andare a pescare in Groenlandia. Una tempesta si leva durante il viaggio e la nave viene trascinata da una forte corrente verso un gorgo nelle vicinanze del Polo Nord. Questo gorgo attraversa la terra da parte a parte per riemergere al Polo Sud. Lʼequipaggio, incapace di resistere alla forza che li trascina, chiude ermeticamente tutti i boccaporti e si rifugia sottocoperta. Lʼimbarcazione è risucchiata dal gorgo mentre un torpore si impossessa dei marinai. Quando rinvengono, hanno la sorpresa di ritrovarsi dallʼaltra parte della terra in un mare calmo dal clima mite. Decidono di visitare le terre più vicine, che sembrano loro essere state abitate in altri tempi e improvvisatisi esploratori scoprono una curiosa costruzione su cui sono incisi dei caratteri sconosciuti. Lʼimbarcazione risale poi al nord, evitando scogli e montagne di ghiaccio, per poi riportarli tutti in Olanda.

Nel 1788 Giacomo Casanova pubblica il suo “Icosameron” nel quale i protagonisti, Edoardo ed Elisabetta, raggiungono i Megamicri, aborigeni abitanti del Protocosmo, all’interno del globo terrestre, e qui restano per 80 anni. A questo regno si accede dalle montagne della Slovenia ed è una sorta di isola galleggiante rischiarata da un globo metallico, una sorta di piccolo sole che emette luce rosata. Gli abitanti, esseri ermafroditi ovipari sono molto piccoli, alti una trentina di centimetri. Parlano in una lingua composta unicamente da vocali. Il racconto di Casanova, nel suo insieme, è estremamente verboso e ricco di particolari descrittivi che impegnano il lettore ad uno sforzo immaginativo non indifferente e che facilmente si perde nei particolari. Interessanti sono però le numerose invenzioni scientifiche dei Megamicri rilevate da Casanova, anticipando le fantasie di Jules Verne. Tutta da studiare resta poi la possibile coincidenza simbolica dei due protagonisti con Re e Regina, elementi/attori dell’operatività alchemica immersi nel variopinto Compost rappresentato dalla policromia dei Megamicri.

È del 1821 l’opera di Jacques Saint-Albin (alias Collin de Plancy) “Voyage au centre de la Terre”. Questo testo vuole essere la narrazione di una avventura reale in cui gli esploratori, perforando il ghiaccio al Polo, precipitano in un pozzo finendo su delle rocce magnetiche (una similitudine non da poco con l’Icosameron) proseguendo l’esplorazione scoprono la superficie di una seconda piccola terra che ruota all’interno del nostro pianeta. Dopo aver percorso luoghi selvaggi arrivano ad Albur, la cui popolazione è piccola e viaggia a bordo di mezzi trainati da elefanti grandi come vitelli. Vengono descritti diversi luoghi e costumi come quello del paese dei Banois, che si esprimono solo cantando, e attraversano un deserto illuminato dalla chioma di una enorme cometa simile all’eruzione di un vulcano. La fantasia dell’autore non manca di certo nel descrivere luoghi, usi e costumi, sempre contrabbandando convinzioni e critiche etico sociali, secondo l’uso letterario invalso diffusamente nel XVIII secolo.

Nel 1864 Jules Verne (l’autore più conosciuto universalmente in questo ambito letterario ma che riprende non pochi argomenti già sviluppati dai suoi predecessori) diede alle stampe il suo “Voyage au centre de la Terre”. Il centro del nostro pianeta, illuminato da un piccolo sole interno, viene descritto come un mondo antidiluviano dove i protagonisti percorrono una foresta di funghi giganti. Gli audaci esploratori di questo mondo, vi penetrano attraverso un vulcano islandese e ritornano al mondo esterno, grazie ad una provvidenziale eruzione, attraverso un altro cratere posto in Sicilia. Questo romanzo dai toni comunque più attentamente scientisti dei precedenti, avrebbe ispirato molta letteratura fino al XX secolo.

Coevo, e in parte simile, al Viaggio al centro della Terra di Jules Verne è il libro di Georges SandLaura. Voyage dans le cristal” che apparve sulla Revue des Deux Mondes nel gennaio del 1864 quando la Sand era sulla soglia dei sessantʼanni. È lei stessa a darci una prima chiave di lettura del romanzo nella dedica alla figlia: «Ti dedico questo racconto di fatti straordinari..., tra qualche anno tuo figlio, che oggi fa sogni più belli di me davanti al calamaio, leggerà questo racconto e vi attingerà forse la passione per le ricerche e le ipotesi scientifiche». Il sogno e la scienza: dallʼincontro tra questi due mondi nasce il fascino e la malìa di questo libro che unisce al nitore alchemico delle immagini oniriche, la concretezza tagliente e geometrica del regno minerale. La storia del giovane Alexis che per amore di Laura intraprende un viaggio insidioso dentro un cristallo ha la struttura tipica del romanzo di iniziazione che culmina con lʼabbandono da parte di Alexis delle abbaglianti esperienze vissute nel geode a favore di una realtà più autentica e quotidiana. (Da: George Sand – Laura: Viaggio nel cristallo - introduzione di Vincenzo Cerami – ed. Theoria 1989).

Nel 1871 Edward Bulwer-Lytton scrive “Vril: The Power of the Coming Race” un’utopia sotterranea in cui dei superuomini rifugiati nelle viscere della terra, beneficiano di una energia speciale grazie al fluido chiamato Vril. Questi vengono descritti come destinati a dominare il mondo. Curiosamente questo libro sembra anticipare i lavori scientifici di Nikola Tesla e del suo raggio della morte.

Nel 1886 il Alexandre Saint-Yves dʼAlveydre scrisse “Mission de lʼInde”, opera che poi distrusse ma che fu ripubblicata postuma nel 1910. Questo autore dal carattere fortemente connotato da profondo spirito mistico e tormentato dal desiderio di conciliare scienza e religione, si occupò e scrisse ampiamente del mito di Agartha, un immenso regno sotterraneo situato in un luogo segreto dell’Himalaya, dove cinquemila anni prima si erano rifugiati i suoi abitanti perseguitati dai Babilonesi. Un luogo illuminato da un piccolo sole sotterraneo e una società, come in altri racconti consimili, diretta da un collegio di grandi iniziati. Le biblioteche e gli archivi di pietra di questa comunità si estendono per chilometri e contengono la storia di tutta l’umanità.

William Richard Bradshaw racconta nel 1892 della “Dea di Atvatabar” (The Goddess of Atvatabar) nel suo romanzo che tratta di una razza scomparsa ma poi rintracciata all’interno della Terra. Questa è una civiltà molto avanzata nelle scienze e nella medicina, rifugiatasi anticamente in una caverna in prossimità del Polo Nord. È una ennesima invenzione sociale, retta da una monarchia elettiva e ricca di invenzioni fantascientifiche: ferrovie anfibie, biciclette senza ruote, volo magnetico, controllo del clima… Immancabile è il sole interno, mentre la lingua è descritta dall’autore (di madrelingua americana) più complicata dell’Irlandese.

Nel 1906 William Reed pubblica “The phantom of the Poles”, una compilazione di rapporti di navigatori polari relativi a strani fenomeni inesplicati, come venti caldi, depositi di polvere, di rocce imprigionate negli icebergs, di ampie superfici deserte di ghiaccio, delle distese dʼacqua dolce in pieno mare e delle aurore bizzarre. Ne conclude che i Poli sono l’anticamera della Terra cava mentre sostiene che, in quanto tali, non esistono… di qui il titolo del libro!


Insomma... la Terra cava, provvista di sole interno, durante la cui esplorazione si narra che i protagonisti possano migliorare se stessi venendo a contatto con civiltà spiritualmente più elevate di quella degli umani, ben si presta a rappresentare simbolicamente un autentico Forno Filosofico, quell’Athanor entro il quale si compie la trasformazione metallurgica del piombo in oro vantata dall’Alchimia.

A proposito dell’alchimia e della metallurgia

L'attenzione per il mutare del colore nella fusione metallurgica come della luce filtrata dai minerali, vetri o cristalli naturali che siano, conta millenni di storia e percorre la tradizione ermetica come l'invenzione letteraria o l'osservazione scientifica di ogni epoca. Con l’intento di approfondirne la comprensione o semplicemente seguirne per gioco intellettuale le infinite e curiose diversioni, colgo l’occasione per avviarne qui una prima raccolta bibliografica, per ora in ordine serendipico privo di organizzazione critica o cronologica, prendendo l’avvio da Alfonso X di Castiglia, detto El Sabio che fece tradurre nel XIII secolo i maggiori trattati arabi di astronomia e compilò il non meno famoso "Lapidario", un'opera che affondava le proprie radici nella tradizione, e il cui fascino è vivo tuttora. Ogni pietra/colore, nella sua argomentazione, ha un collegamento con le divinità astrali, ne costituisce medium talismanico in un singolare connubio di praticità operativa. LINK

Uno spirito di ricerca mineraria, questo, dove i colori delle pietre ben ricalcano la policromia del “Compost” alchemico, quella prima materia che lentamente e incessantemente viene trasformata dal Fuoco di Ruota. Un fuoco per tramite del quale l’adepto imita la potenza di Madre Terra nelle cui viscere ogni pietra e ogni metallo hanno avuto origine.


N.B.   Tutti i testi qui di seguito elencati sono provvisti di link di collegamento agli archivi di competenza
Cliccando sulle miniature si aprono i collegamenti alle raccolte digitali dove è possibile consultarli.

Raimondo Lullo (nome italianizzato dallo spagnolo Ramon Llull) 1232 – 1316, è stato un filosofo, scrittore, teologo, logico, astrologo, alchimista, mistico e missionario spagnolo, tra i più famosi del suo tempo in Europa. Prolifico in molti campi del sapere è forse rimasto per noi moderni famoso per i suoi scritti sull'arte della memoria, quell'"Ars combinatoria" progenitrice della attuale informatica. A lui furono attribuite numerosi testi a carattere alchemico, in verità tutti apocrifi, dei quali il più conosciuto è il "Liber de segretis naturae seu de quinta essentia".

Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim (1486 – 1535) è stato un alchimista, astrologo, e filosofo, autore di uno dei più famosi trattati esoterici dell'epoca. Il suo pensiero risiede essenzialmente nella sua opera più importante, il “De occulta philosophia”, Lione - 1550. In questa opera, che spazia dall'astrologia, all'alchimia e alla magia ma non solo, sostiene le proprie argomentazioni come «la vera scienza, la filosofia più elevata e perfetta, in una parola la perfezione e il compimento di tutte le scienze naturali».


Alberto Magno - “De mineralibus libri quinque” - Augusta - 1519
Come il suo contemporaneo, Ruggero Bacone, Alberto fu un infaticabile studioso della natura e si applicò allo studio delle scienze sperimentali, con tale zelo che fu accusato di trascurare le scienze sacre mentre circolarono molte leggende che gli attribuivano poteri magici. Alberto Magno era un'autorità nella fisica, in geografia, in astronomia, mineralogia, alchimia, zoologia e fisiologia.

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Elias Ashmole - “Theatrum chemicum Britannicum”. Contenente diversi brani poetici di famosi filosofi inglesi, che hanno scritto dei misteri ermetici...
Il libro, vera opera monumentale preservò e rese disponibili molte opere di Alchimia che in precedenza esistevano solo in manoscritti privati. Elias Ashmole (1617 – 1692) è stato un collezionista d'arte, storico e alchimista inglese, fondatore dell'Ashmolean Museum di Oxford, è ricordato anche come studioso di astrologia, numismatica, corografia e botanica. Londra - 1652  

Michael Maier - “Atalanta fugiens”, Oppenheim - 1617.
Maier, medico e musicista tedesco autore in questa opera, dispone 50 discorsi filosofici accompagnati da altrettante incisioni di Matthäus Merian e 50 canoni musicali. L'opera, si configura come un prototipo di ipertesto multimediale, comprendente discorsi filosofici, immagini e musiche originali il cui soggetto è strettamente alchemico ed ispirato al mito di Atalanta l'unica donna a prendere parte all'impresa degli Argonauti alla ricerca del “Vello d’oro”. L’”Atalanta Fugiens” apre la strada a una nuova mentalità moderna e scientifica anticipando il periodo storico successivo a quello vissuto da Maier.

Aurora consurgens” quae dicitur aurea hora, & in eius secundum tractatum,
è un titolo assegnato a diversi trattati alchemici, il più celebre dei quali è un manoscritto miniato del XV secolo, pervenuto a noi in più versioni e la cui stesura iniziale è attribuita a Tommaso d'Aquino. Contiene 38 miniature di natura simbolica riferite all'opera alchemica. Il soprannome di Tommaso d’Aquino, Doctor Angelicus, compare nel frontespizio e, per alcuni esegeti dell’opera, l'attribuzione è stata corroborata dal fatto che nell'opera non vi sono riferimenti a personaggi a lui posteriori. Nell'opera è sviluppata una trattazione della Lapis philosophorum o pietra filosofale, assimilata a Cristo.

Ruggero Bacone - “De l'admirable pouvoir et puissance de l'art & de nature, ou est traicté de la pièrre philosophale”. Parigi - 1629
Di questo autore, personaggio chiave nel movimento intellettuale del XIII secolo, sappiamo oggi con certezza che praticava l'alchimia, anche se la maggior parte dei trattati stampati sotto il suo nome sono risultati apocrifi, ad eccezione dello “Specchio dell'Alchimia”. Nel manoscritto “Opus tertium”, sicuramente di suo pugno, discute a lungo dell'alchimia speculativa che, secondo lui, riguarda le proprietà naturali dei corpi chimici. La sua trattazione può considerarsi una sorta di anticipazione della nostra chimica attuale. 

Giovanni Bracesco - “De alchemia dialogi II”. Norimberga - 1548.
Tra le interpretazioni alchemiche rinascimentali della mitologia antica quella che maggiormente influenzò l'alchimia è stata quella di Giovanni Bracesco che nei suoi due libri “Il Legno della vita” - 1542) e “La Esposizione di Geber filosofo” - 1544, tentò una sua trattazione sistematica del significato alchemico dei miti. 

Ireneo Filalete - “Introitus apertus ad occlusum regis palatium” contenuto nel “Musaeum hermeticum reformatum et amplificatum” Frankfurt am Main - 1677.
L'identità di Filalete (pseudonimo usato da diversi autori in quel periodo) resta sconosciuta anche se da recenti ricerche pare che egli fosse l'alchimista Statunitense George Starkey (1628-1665) autore di “Pirotecnia”. Ireneo Filalete è universalmente conosciuto per essere l'autore dello scritto alchemico “Introitus Apertus ad Occlusum Regis Palatium” scritto nel 1645 e pubblicato nel 1669.

Nicolas Flamel (1330 – 1418) è stato un alchimista francese, la cui reputazione nacque dopo la sua morte, quando venne collegato alla leggenda della pietra filosofale attribuendogli una serie di opere alchemiche, pubblicate nel XVII pur considerate apocrife.
La leggenda sul Flamel alchimista eccelso, che riuscì ad ottenere la pietra filosofale, grazie alla quale si può trasformare il metallo comune in oro e il carbone in diamante, oltre a poter fabbricare l'elisir di lunga vita che concede l'immortalità, fa riferimento principalmente a “Le livre des figures hiéroglyphiques” pubblicato a Parigi nel 1612.

Robert Fludd - Utriusque Cosmi, maiores scilicet et minores, metaphysica, physica atque technica Historia Francoforte - 1624.
Fludd è stato un medico, alchimista e astrologo britannico, esperto di teosofia e filosofo ermetico.Diede un forte impulso alla diffusione della concezione rosacrociana del mondo con l'opera cosmologica Utriusque Cosmi ... in cui le corrispondenze segrete tra macro e microcosmo indagando i rapporti tra l'universo e l'uomo. 

Lambspringk, è stato un alchimista tedesco (XVI - XVII secolo) del quale mancano notizie attendibili ma che si suppone fosse monaco benedettino dell'abbazia di Lammspring. L'unica sua opera di cui si hanno notizie è il De Lapide Philosophico, un poema alchemico manoscritto in lingua tedesca, e pubblicato per la prima volta in formato solo testuale in latino, alla fine del XVI secolo. Successivamente è stato arricchito da illustrazioni in forma di emblemi trattando dell'arte alchemica volta a produrre la pietra filosofale, atta a trasmutare i metalli, e realizzare il medicamento universale detto panacea. 


Il Mutus liber, pubblicato anonimo nel 1677 a La Rochelles, è quasi totalmente privo di testo descrittivo (per questo definito: muto) privilegiando la comunicazione per immagini. contenute in 15 tavole. Fanno eccezione il frontespizio latino, un brevissimo Au lecteur (al lettore) in Lingua francese interposto tra frontespizio e la seconda tavola, il motto latino “Ora, Lege, Lege, Lege, Relege, Labora et Invenies” ovvero “Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora e troverai” che accompagna la tavola 14, ed il motto “Oculatus Abis” ossia “Provvisto di occhi vai” che si legge nell'ultima tavola. 


A proposito dei "lapidari"
Eccovi una prima raccolta antologica corredata di link che rimandano ai testi resi disponibili in rete da archive.org

Il primo trattato occidentale di Mineralogia e Gemmologia che ci sia pervenuto è il lapidario attribuito a Teofrasto. il "Peri lithon", (ca. 315 a.C.) stampato per la prima volta nel febbraio 1497, da Aldo Manuzio. Vi vengono codificate le teorie di Ippocrate e di Platone dividendo le pietre in maschi e femmine, dando origine alla teoria della loro riproduzione e attribuendo loro proprietà magiche e taumaturgiche.
Nel lapidario “Materia medica” di Dioscoride Pedanio (40-90 d.C) vengono contemplate 200, fra pietre e gemme, considerandole sotto il profilo "terapeutico".

Un tipo particolare di lapidario, sviluppato particolarmente in epoca alessandrina, è quello glittico, di origine egiziana secondo il quale più che la natura fisica della gemma, importa l’immagine che in essa e’ incisa e a cui va attribuito tutto il valore magico e mistico del suo presunto potere. In tale ambito culturale ebbero particolare fortuna le pietre gnostiche sulle quali le figure erano incavate come sigilli.

Di "Lapidari" medioevali (mirabilia litici), se ne contano 616 dei quali 125 riconducibili a Marbodo di Rennes (1035 - 1123).
Il suo "Liber de lapidibus seu de gemmis" compilato nel 1096 è stato compulsato e ristampato fino al Settecento.
Marbodo (Marbodus Redoniensis) nato e vissuto ad Angers, è stato un vescovo, monaco cristiano e poeta francese, arcidiacono e caposcuola della cattedrale della sua città e vescovo di Rennes.

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Oddone di Meung (Odo Magdunensis contemporaneo di Marbodo - prima metà del sec. XI) accomunò fitoterapia e litoterapia nel suo "Macer floridus" un poema latino in 2269 esametri nel quale sono elencate a confronto: 60 gemme assieme a 77 erbe.
Il Macer Floridius, citato anche come pseudonimo di Oddone stesso (Riportiamo l'edizione di L. Choulant, Lipsia 1832), è interessante per la storia della botanica durante il Medioevo poichè riprende la tradizione classica, Plinio soprattutto, e fa tesoro dell'opera De cultura hortorum di Valafrido di Reichenau, divenendo tramite di questa cultura per le nascenti scuole di medicina, specie per quella salernitana.

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Ildegarda von Bingen è stata una monaca cristiana, scrittrice, mistica e teologa tedesca, dai numerosi talenti. Fu profetessa, guaritrice, erborista, naturalista, cosmologa, gemmologa, filosofa, artista, poetessa, drammaturga, musicista, linguista e consigliera politica.
Di lei ricordiamo il "Physica", scritto fra il 1151 e il 1158, nel quale tratta le proprietà terapeutiche sottili delle pietre preziose e i relativi modi per utilizzarle. Opera considerata parte della collezione medica perduta di Ildegarda, il Subtilitatum diversarum naturarum creaturarum libri novem che si articolava in: piante (230 capitoli), elementi (63 capitoli), alberi (63 capitoli), pietre (26 capitoli), pesci (37 capitoli), uccelli (72 capitoli), animali (45 capitoli), rettili (18 capitoli), e metalli (8 capitoli). In ogni capitolo Ildegarda argomenta sulle proprietà medicinali di ogni entità basate sulle contrapposizioni di caldo, freddo, umido e secco.

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Camillo Leonardi (Pesaro, XV secolo – XVI secolo) è stato un astronomo, astrologo e mineralogista. Nel 1502 pubblicò in latino a Venezia l’opera Speculum lapidum in cui trovano posto oltre 280 pietre, molte delle quali risultano prive di riscontri mineralogici riprendendo solo fantasia di autori precedenti. Oggetto d'attenzione vi è la corrispondenza delle pietre con i caratteri dello zodiaco. Leonardi esamina anche le virtù delle pietre scolpite e incise per farne monili, dei sigilli e dei cammei, rifacendosi alle considerazioni dell'astrologo arabo Thābit ibn Qurra (826-901). Sono descritte molte pietre preziose, pregiate, parecchie rocce, alcuni materiali oggi assimilabili ai fossili e praticamente tutti i metalli.

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Libri tre di M. Lodovico Dolce : ne i qvali si tratta delle diuerse sorti delle gemme, che produce la natura, della qvalità, grandezza, bellezza, & virtu loro 1565.
Dolce si rifà allo Speculum lapidum di Camillo Leonardi da Pesaro. Le "virtù" delle pietre preziose, nella sua epoca, affascinano in egual misura scienziati, astrologi e medici. Nel primo libro citando Aristotele, avalla le proprie argomentazioni sulla natura e sulle proprietà fisiche delle pietre preziose delle quali, nel secondo libro, descrive gli influssi che esercitano su coloro che le indossano.

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Lapidarium omni voluptate refertum : & medicine plurima notatu dignissima experimenta complectens : Opus de lapidibus preclarum... : in quo de singulis lapidibus nedum preciousis: verum eciam de reliquis quibus virtulis aliquid inesse constat : & de preciosorum lapidum sophisticatione & naturalium ac artificialium discretione: notatu dignissima reperies.
Opera attribuita a Martin Steinpeis e stampata probabilmente nel 1510 è divisa in due parti: la prima di 12 capitoli in cui si tratta delle virtù e proprietà delle pietre... La seconda in cui l'autore elenca e descrive 117 pietre ordinate alfabeticamente rifacendosi ampiamente ad Alberto Magno, Plinio, e Avicenna.

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Alberto di Bollstädt (Alberto Magno) ca. 1193 1280 - riportiamo qui una edizione del 1519  del "De mineralibus et rebus metallicis libri quinque". Tra le discipline di cui Alberto magno è stato grande studioso ci sono la logica, la fisica, l'astronomia, la biologia, la botanica, la zoologia, la mineralogia, la chimica, oltre che le discipline filosofiche. Nel suo “De mineralibus” vengono descritte le proprietà delle pietre: l’acquamarina che annulla la paura in battaglia, l’agata rende invincibili indossandola come il berillo per contro infonde paura a qualsiasi avversario. L’eliotropio che rende invisibile l’uomo che lo porta (ricordate l'avventura di Calandrino nel Decamerone di Boccaccio!). L’opale che pure fa diventare invisibili offuscando la vista di chi osserva.... ecc ecc

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Macarius, Joannes, ca, 1540-1604, Abraxas, seu Apistopistus (pseudonimo greco adottato da Jean L'Heureux ) quae est Antiquaria de gemmis basilidianis disquisitio. Accedit Abraxas Proteus, seu Multiformis gemmae basilidianae portentasa varietas, / exhibita, & commentario illustrata a Johanne Chifletio ... L'opera di Macarius, si riferisce alla glittica ossia credenze religiose degli gnostici che impiegavano gemme incise nei loro rituali.

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Georgius Agricola - "De re Metallica" - 1556
Questo testo descrive ampiamente lo stato dell'arte delle attività minerarie e metallurgiche della prima metà del XVI secolo. Si tratta dell'opera più importante in questo genere, un trattato rimasto valido per quasi due secoli successivamente alla pubblicazione e, relativamente al periodo, fu anche un importante testo nel campo della chimica.

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De omni rerum fossilium genere, gemmis, lapidibus metallis, et huiusmedi ... di Konrad Gesner  - 1565
Un compendio di opere di diversi autori su fossili, gemme e metalli, sulla maggior parte dei quali Gessner scrisse commenti: Epifanio, Johannes Kentmann, Georg Fabricius, Epiphanius , Georg Agricola , Valerius Cordus , Severin Goebel , Sverinus Goebelius , François La Rue , Hierotarantinus Iolas , Francisco Rueo.

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De gemmis, scriptum Euacis (Evax) regis Arabum olim a poeta quodam non infoeliciter carmine redditum, & nunc primum in lucem editum opera & studio Henrici Rantzovii ... di Rantzau, Henrik - 1575. Un poema sulle pietre preziose, attribuito al leggendario Evax, re d'Arabia, (in realtà scritto da Marbodo. Il libro, riprodotto in più di sessanta manoscritti, fu stampato per la prima volta a Vienna nel 1511 come "Libellus de lapidibus pretiosis". Questa edizione di Lipsia attribuisce la paternità al re Evax sulla pagina del titolo. Con riferimento a Plinio, Isidoro di Siviglia, Origene, Orfeo e Solino, descrive 60 pietre preziose, includendone diverse che ora non sono affatto considerate minerali come il corallo, descritto come "Una pietra che vive nell'oceano, formando rami come vimini", e fornisce per ciascuna le loro virtù magiche e medicinali.

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Jan De Mandeville nel XIV secolo compose un Lapidario in latino in cui descriveva il rituale necessario perché le pietre recuperassero i loro poteri. I viaggi di Mandeville (edizione 1612) conosciuto anche come "Voyage d'outre mer", è un resoconto di viaggio che iniziò a circolare tra il 1356 e il 1366. L'opera appartiene al filone del viaggio inventato, apocrifo, cioè falsamente attribuito ad altri, diffusa poi in particolare nei secoli XVII e XVIII, sulla spinta delle grandi esplorazioni geografiche ma prima che prendesse piede un'autentica cultura scientifica dell'esplorazione.

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An essay about the origine & virtues of gems di Boyle, Robert, 1627-1691 è un testo che vuole illustrare storicamente alcune congetture sulla materia delle pietre preziose e gli argomenti in cui risiedono le loro virtù principali. Questo trattato considerato "l'inizio dello sviluppo moderno nella conoscenza della struttura cristallina", ha in realtà poco a che fare con le pietre "preziose"quanto piuttosto costituisce base di studio per le indagini di Boyle sullo stato solido della materia... Secondo Boyle, era importante determinare se l'uso di pietre preziose polverizzate, già raccomandate come ingredienti terapeutici nei medicinali, avesse qualche fondamento nei fatti chimici.

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Boodt, Anselmus de, 1550-1632 De gemmis et lapidibus libri duo edizione del 1647.
Boodt si occupò dello studio e la catalogazione di tutte le gemme, rocce e minerali conosciuti. Ha riassunto nel suo il miglior trattato gemmologico ed enciclopedia mai scritto per questo periodo. La prima edizione, latina, apparve nel 1609 e fu dedicata all'imperatore. Il libro è stato utilizzato per molti secoli per le sue informazioni sulla scissione dei diamanti, su come riconoscere le gemme false, sulle miscele resistenti ai colori per i pittori, sui siti di esplorazione per i geologi, sulla durezza delle rocce e sui benefici per la salute di alcuni minerali.
La prima parte del libro dà conto delle varie cause dei minerali. Le opinioni di De Boodt su questo argomento furono influenzate da precedenti autori scolastici e dal filosofo greco Aristotele . Riuscì comunque ad arrivare a una spiegazione unica delle cause della formazione dei minerali e molte delle sue idee furono ben accettate nel corso del XVII secolo. Il libro contiene importanti contributi alla teoria del colore. (fonte Wikipedia)

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Orpheos Argonautika Hymnoi kai Peri lithon = Orphei Argonautica hymni et De lapidibus / curante Andrea Christiano Eschenbachio, Noribergense, cum ejusdem ad Argonautica notis & emendationibus. Accedunt Henrici Stephani in omnia & Josphi Scaligeri in hymnos notae. edizione del 1689. In 770 versi vengono esposte le virtù di una trentina di gemme con notevoli allusioni alla magia...

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Dactyliothecae, seu Annulorum sigillarium quorum priscos tam Graecos quam Romanos usus, ex ferro, aere, argento & auro promptuarii ... Collectis aliunde & ineditis & editis annulorum figuris auctior; 1695 di Goorle, Abraham van, 1549-1608?
L'autore descrive "Varie gemme, con le quali anticamente usavano intagliare, tre volte quante ce n'erano, in parte inedite negli antichi tempi, in parte più ricche di numero di quelle raccolte dagli scritti di uomini dotti..."

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Thesaurus philosophicus, seu de gemmis et lapidibus pretiosis doctoris physici Josephi Gonnelli - 1702
Trattato sulle gemme e altre pietre preziose, compilato riprendendo con non molta originalità notizie derivate da molte fonti di ogni epoca. La prima parte del libro è divisa in tre parti che descrivono: la natura del succo lapidificante, come le gemme derivano il loro colore e il ruolo dell'acqua nella formazione dei minerali. Segue un glossario alfabetico contenente descrizioni di molte gemme.

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Theophrastou tou Eresiou Peri taon lithaon biblion edizione del - 1746. "Theophrastus's history of stones with an English version, and critical and philosophical notes : including the modern history of the gems, &c. described by that author, and of many other of the native fossils". Questa è prima edizione in cui il testo apparve come opera unitaria, tradotta in una lingua moderna e ampiamente commentata...un'insieme di informazioni che documentano lo stato delle conoscenze chimiche, geologiche e mineralogiche nel periodo in cui fu scritto.

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"Viaggio a Bisnagar"

Bisnagar, capitale dell'omonimo regno sito nelle Indie Orientali, compare ne "Le mille e una notte" alla fine dell'ultimo volume della versione di Antoine Galland (1). Nel racconto "Storia del principe Ahmed e della fata Parì-Banù", il principe Hussein, suo fratello maggiore, partecipa, con questi e il fratello minore Alì, alla ricerca di una rarità straordinaria e singolare da riportare al sultano loro padre, che avrebbe concesso al vincitore della gara il permesso di sposare la principessa Nurunnihar loro cugina. Hussein, recatosi a Bisnagar, riporta al padre un tappeto prodigioso capace di trasportare, chi vi si fosse seduto, immediatamente nel luogo che questi avesse desiderato. Questa è la vera e prima volta in cui viene descritto quel "Tappeto volante" reso poi famoso da molti altri racconti che a "Le mille e una notte" hanno fatto riferimento. Tralascio il racconto dell'avventura di Hussein e dei fratelli che riportarono a confronto del tappeto, un cannocchiale che permetteva la visione di qualunque cosa ovunque si trovasse e di una mela i cui effluvi permettevano di guarire da qualsiasi male, per avviare un approfondimento del significato insito nella qualità magica del tappeto. Come descritto, questo era un "tappeto da preghiera" supporto fisico alla meditazione, una sorta di hortus conclusus in miniatura con tanto di raffigurazioni vegetali come quello descritto, mutatis mutandis, dal Boccaccio nel "Decameron" «[...] Esso avea dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime; e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardin rendevano [...] Le latora delle quali vie tutte di rosai bianchi e vermigli e di gelsomini erano quasi chiuse [...] Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante che erano in quel luogo, lungo sarebbe a raccontare [...] Nel mezzo del quale [...] era un prato di minutissima erba [...] chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e cedri [...] Nel mezzo del qual prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli». Una "Fonte dell'Eterna giovinezza" o della Vita, questa, che ci riporta simbolicamente a quell' "Oro potabile" equivalente della "Pietra filosofale" nella ricerca alchemica.

Nel caso delle ultime sculture di Marialuisa Barbera, laddove una presenza arborescente si sviluppa verso l'alto dalla geometria di un quadrato fluttuante (o tappeto volante), osserviamo come la stessa da quello radichi la propria natura verso il basso. Non a caso pertanto potremmo paragonarne il senso simbolico sia con quello dell' "Albero della vita" che fruttifica nel giardino dell'Eden accanto all' "Albero della conoscenza" che con quello del "Quadrato di un pollice", sede del pensiero meditativo e luogo privilegiato che nella visione buddista individua il cuore del bonzo in contemplazione.

(1) "Le Mille ed una Notti" (X secolo) Traduzione dall'arabo di Antoine Galland, Eugène Destains, Antonio Francesco Falconetti (1852) 

(LEGGETE IL RACCONTO SU WIKYSOURCE)





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Marialuisa Barbera ha iniziato la propria avventura artistica prestando particolare attenzione alla sperimentazione nell’uso del vetro. Si è perfezionata alla Scuola Internazionale di Chartres nella tecnica delle vetrate legate a piombo e ha insegnato tecniche del vetro all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Da anni si dedica alla ricerca di procedimenti plastici non convenzionali fra la concretezza degli orientamenti tecnici e la seduzione del lirismo orientale. Ha praticato buona calligrafia con il Maestro Zen Shingai Tanaka di Kyoto e coltiva la scrittura come esperienza e testimonianza di vita. Per saperne di più su Marialuisa Barbera

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