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Aldo Cerdonio: pittore anomalo e capriccioso

Il capriccio. La catastrofe. L'essenzialità, che a me piacerebbe tanto definire primarietà. Ci sono autostrade, nella storia dell'arte, che quasi tutti seguono, o addirittura fondano (il discorso è quindi nobilissimo), negandosi ogni possibilità di deviazione, di sosta, di precisazione, o, appunto, di capriccio. E poi c'è il labirinto di alcuni anomali, che testardamente non rinunciano a guardarsi dentro, a chiedersi quali siano le domande fondamentali (già, primarie), e a cercare il linguaggio per esprimerle, venga da dove venga, sia quel che sia. Tanto, l'immagine definitiva- come disse meravigliosamente Marco Ferreri - è una sola; e l'artista sa benissimo riconoscere il momento in cui essa si concretizza, caglia, prende vita come farfalla che esce dal bozzolo. Pur comprendendo benissimo l'importanza per così dire viaria delle autostrade, chi scrive è affascinato dal capriccio e dagli anomali, perché sa che gli sguardi costanti a 360 gradi captano lacerti di verità che alle direttrici strategiche saranno per sempre negati.
Aldo Cerdonio è senza dubbio un anomalo e un capriccioso. Ma è pittore nato e dotato, che sa quando l'immagine si sbozzola e va fermata. Talché non può non colpire, nel 1954 (in anni cioè in cui l'arte italiana si azzuffa fra Astrazione e Realismo, con l'Informale alle porte), un'icona deliziosamente stordita e neobizantina come "Ufficiale delle batterie a cavallo", che arriva da un barocchetto autentico e garbato, ma profondo, che non ha quasi paragoni possibili. Occhi ubbidienti e increduli, marzialità sul nulla del deserto, un omino, un fragile piccolo grande uomo sepolto da "perché" che non ha neanche il coraggio di porsi. Così come non può non colpire la pagina un po' grottesca un po' arcaica di "Donne e soldati", 1958 in cui la schematizzazione della figura negroide, sul fondo denso di pittura, sembrerebbe anticipare - incredibilmente - invenzioni del Paladino anni Ottanta. Ci si innamora del dettaglio, della verità del dettaglio, viaggiando a 360 gradi. Negli anni Settanta, smaltite le amarezze della guerra, Cerdonio, come il signor Bloom di James Joyce, comincia il suo viaggio nella città, ciò che significa, in larga misura, nel corpo femminile. Lo fa con le doti palesi, ancorché sottilissime, di chi sa in che cosa profondissimamente consista l'eros femminile. Sa che cos'è un'anca, Cerdonio, sa perché un'anca vista di spalle deve concludersi in una calza scura, sa che ai glutei nudi deve fare da contrappeso la striscia nera del reggiseno indossato, sa che i glutei nudi è opportuno lascino uno spiraglio nel punto esatto in cui dovrebbero congiungersi le cosce; e sa che qualora i glutei siano calzati di biancheria intima, la geometria della medesima dovrà essere purissima, tesa, quasi astratta. Poi, e siamo negli anni Novanta, arriva il tempo della memoria, che è memoria, insieme, di bellezza e di eros. È mai accaduto diversamente nella storia dell'arte? Dittici col fantasma di meravigliose ville rinasci- mentali edificate nel ricordo e nella fantasia, ma, sotto, donne umbratili e scosciate, "origine del mondo", ma soprattutto origine della bellezza, architettura del mondo. Rose gialle sprofondate nella loro stessa materia, sotto castelli che rabbrividiscono nel ghiaccio rosa del cielo. Poi lui, il cavallo dei Gonzaga, simbolo dell'energia e della perfezione che fu, lui che convive con un immenso rudere veneziano, e non con il Palazzo Te in cui ebbe vita, vittorie e biada profumata. Così pensa in pittura, da decenni, Aldo Cerdonio, a nome dei capricciosi di tutto il mondo; degli anomali, che sono il sale della terra, e la miniera non di tutte, ma di molte verità.

Flavio Caroli

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