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Nani Tedeschi
Un Acquario Latino
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Un acquario latino
di: Luigi Picchi

Non parlerò qui della cultura ittiologica degli antichi Romani, saggi e efficienti amministratori anche del patrimonio ittico del loro impero. I trattatisti Varrone e Columella si sono diffusi nelle loro pagine a erudire il lettore dell’epoca sull’arte dei vivai. Plinio nel nono libro della Naturalis Historia ci ha lasciato, come al suo solito, una mole di curiose e suggestive informazioni e descrizioni sul meraviglioso (tale lo sentiva pure lui!) universo dei pesci. Ma qui non è mia intenzione ripercorrere i passi eruditi degli antichi esperti, piuttosto vorrei rivisitare con queste traduzioni l’immaginario ittiologico di tre poeti: due propriamente latini, Ovidio e Ausonio, e uno latino solo “di penna”, essendo un dotto umanista comasco, Benedetto Giovio, fratello di quel Paolo Giovio, che, amico di Machiavelli, si è meritata una citazione nell’Orlando Furioso di Ariosto. Sin dall’infanzia i fondali lacustri o marini mi hanno sempre affascinato; da piccolo volevo fare il sommozzatore, ho sempre avuto un debole per sottomarini e batiscafi e il libro che ha scatenato il mio inesauribile amore per la lettura è stato proprio Ventimila leghe sotto i mari, il celebre romanzo di Jules Verne che racconta l’odissea del Nautilus, il sommergibile di Capitan Nemo. Mi è sempre piaciuto osservare il movimento delle alghe, il guizzare dei pesci, la colonizzazione florafaunistica dei fondali. Anche i relitti hanno un fascino particolare sottacqua. E’ il fascino del mistero. Sott’acqua è un po’ come l’inconscio, una dimensione “ctonia” dove regnano le ombre e il lato oscuro fa da padrone. Già Plinio il Vecchio aveva colto l’aspetto meraviglioso e mostruoso delle creature subacquee. I poeti qui raccolti si sono basati nei loro scritti, oltre che sulla propria esperienza, sul lavoro di autori precedenti (il bello della letteratura classica è proprio il fatto che un testo possa nutrirsi non solo di esperienza e di vissuto, ma altresì del vissuto e dell’esperienza di altri libri in un rapporto di emulazione e soprattutto di simbiosi tra realtà e letteratura, un dialogo questo, tra libri ed esperienze, che noi moderni, deviati dall’illusorio mito romantico di una individualistica originalità, liquidiamo con il termine sprezzante di “imitazione”). Così Ovidio tiene presente Oppiano di Cilicia e Oppiano di Apamea; Plinio il Vecchio conosce gli Halieutica (La pesca) di Ovidio e li apprezza; Ausonio, oltre a Ovidio, legge Plinio, passatogli dall’amico Simmaco. Benedetto Giovio, arrivando per ultimo, sa benissimo chi emulare. I pesci, comunque, per quanto belli e ammirati, fanno una brutta fine, specie se commestibili, e sulla loro triste sorte si fanno diverse battute “gastronomiche”, come se quest’aspetto culinario e mangereccio, simpaticamente edonistico, servisse ad esorcizzare l’inquietante valenza simbolica dei pesci. Noi siamo come pesci. L’uomo è un po’ pesce, più o meno smarrito o “navigato”, nel mare dell’Essere, nei fondali oscuri, ora insidiosi ora tattici, dell’esistenza e della realtà. I pesci siamo noi, i pesci sono noi, sono dentro di noi: sono i nostri strani, arcani, mostruosi e meravigliosi pensieri, sono quello che di noi ci sfugge e sfugge alla luce del sole, alla terrestre amministrazione. Infatti ciò che è terrestre è più controllabile e dominabile; l’acqua, invece, rende tutto più sfuggente, labile e distorto. L’acqua nasconde, cela, deforma, seppellisce, custodisce. Lo sguardo del poeta avverte sfumature psicologiche antropomorfiche, osserva con tenerezza e un sottile senso di complicità queste creature incapaci di parlare e sotto sotto (è il caso soprattutto di Ovidio) fa il tifo per loro, simpatizza con loro. In fondo il poeta non è da sempre il signore orfico e sciamanico degli abissi reali e metaforici, come l’albatros di Baudelaire è il principe di metafisiche e romantiche altezze? In Ovidio c’è quasi una sorta di darwinistica e antelitteram struggle for life tra uomo e animale. Alla fine il suo sussultorio poemetto si perde via in una frenetica rassegna di tipi di pesci, che ha, però, tutta la delirante gioia di chi si stupisce fanciullescamente (alla Pascoli, ma anche alla Whitman!) davanti allo spettacolo della varietà della vita subacquea. Sembra di vedere quegli sgargianti quadri barocchi, un po’ arcimboldeschi, dove la dovizia dei particolari serve a scatenare un tripudio di forme, linee e soprattutto colori. Nel parlare di pesci è facile attingere ad una particolareggiata e intensa, metallica e scintillante tavolozza in vista di una festa cromatica, tra il pirotecnico e il miniaturistico. L’argomento ittiologico costringe il poeta a concentrarsi sulla matericità dell’oggetto, stilizzando e scorciando una specie di modellino vivente, di piccola macchina tutta guizzi, scatti, movimenti repentini o solenni, mentre attorno domina la dimensione narcotica e notturna dell’acqua, questo limbo che suscita una soffocante e angosciante sensazione di inabissamento. Il pesce è un oggetto, è una cosa, animata (priva di parola, però!), ma resta cosa, cosa da prendere, manipolare, studiare, usare e trasformare... in cibo. La concretezza del pesce è lì a distrarre dallo sfondo inquietante e fagocitante dell’acqua, è lì con tutta la sua grazia in miniatura, a sdrammatizzare l’ignoto claustrofobico e minaccioso degli abissi. La profonda massa d’acqua è un microcosmo dove il pesce è di casa e l’uomo si sente estraneo e per vincere questo imbarazzo deve ricorrere ai filtri e agli strumenti di una scienza che, seppur modesta, è però già armata di un’astuta tecnica, empirica sì, non ancora ecologicamente preoccupante, ma pur sempre aggressiva.
Mentre Benedetto Giovio gioca sulle etimologie dei nomi e s’atteggia a brillante e spiritoso contemplatore e delibatore delle subacquee primizie, Ausonio riesce (per me il più valido dei tre) a conciliare l’aspetto didascalico con quello pittorico e paesaggistico. Il suo discorso è più equilibrato ed organico, meglio organizzato e liricamente suggestivo: c’è l’affetto per una sorta di Heimat, il godimento estetico per cose, presenze, luoghi, scene e situazioni; c’è il piacere di dire le cose, nominarle, caratterizzandole; c’è il gusto vanitoso di ammiccare ad un pubblico fidato e compiacente. Ovidio invece ci lascia un testo incompiuto e lacunoso, spigoloso, nervoso e faticoso dove, però, non manca il senso del fantastico e la visione cosmologica un po’ fatalistica che fanno del poeta di Sulmona il geniale autore delle Metamorfosi (è questo il vero Ovidio piuttosto che quello erotico o “triste”). Benedetto Giovio esce dal suo statico e un po’ costruito didatticismo, quando, finalmente, nell’ultimo epigramma, con un tocco geniale, s’apre ad una visione più vasta che unisce le stirpi acquatiche a quelle canore e collega paesaggisticamente le acque del lago, attraverso il verde aprico dei monti, all’azzurro del cielo, creando così un idillio solare non privo di una sua lucreziana e virgiliana vivacità, uno scenario vitalisticamente mosso e ampio dove è possibile prendere “una boccata d’aria”.

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