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Galleria d'Arte Il Salotto via Carloni 5/c - Como - archivio storico documentativo

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ELICIC(U)LTURA E DINTORNI

viaggio extra-ordinario

di

MICHELE CALDARELLI

Storia di chiocciole ed altro

Festìna lente "Affrettati lentamente" è una locuzione latina attribuita all'Imperatore Augusto dallo storico latino Svetonio (ca. 69 - 126 d.C.) e che all’inizio del XVI sec. divenne consueta prima nelle strade di Venezia e poi nell’intera Europa. Questo "affrettati con calma", era infatti il motto della tipografia aperta nel 1494 nella contrada di Sant’Agostino a Venezia da Aldo Manuzio, il primo editore in senso moderno in Europa. Le "edizioni Aldine", si affrettarono (festìna) ad essere diffuse, mentre con calma (lente) divennero sempre più accurate e prestigiose. Manuzio espresse questo ossimoro con l'abbinamento di un’ancora (la solidità) con un delfino (la velocità) da lui ripresi da un’antica moneta romana donatagli dal Bembo. La stessa locuzione, "festìna lente", trova riflesso simbolico nell'emblema della "tartaruga veliero" che Cosimo I de' Medici, nel XVI secolo, usò per la sua flotta. La prudente tartaruga, sormontata dalla vela, che sotto l'azione dal vento diventa forza d'azione, era monito di ponderazione perché le imprese navali avessero successo. Questo simbolo, abbinato al motto, è ancora oggi visibile in decine di raffigurazioni su soffitti e pavimenti di Palazzo Vecchio a Firenze. Il medesimo significato è restituito dai "grilli gotici" studiati dal celebre storico dell'arte lituano Jurgis Baltrušaitis. Un soggetto frequente di queste invenzioni medioevali, che troviamo nei codici miniati, incisi su gemme o scolpiti su monumenti, sono delle conchiglie, ovverossia chiocciole, dal cui interno balza fuori di tutto, anche una lepre... e con lei, riecco l'affrettarsi mediante lentezza.

Ma torniamo in quei di Como e scorgiamo sul lato sinistro della cosiddetta Porta della Rana, posta sul lato N.O. del Duomo, il nostro primo oggetto d'attenzione. Alla base dell'infiorescenza che, a mo' di tralcio rampicante ospita a mezza altezza la famosa rana che da il nome alla porta stessa, troviamo una chiocciola sorretta da tartarughe. Una chiocciola invero un poco insolita nella forma, simile ad un elmo rovesciato o una cornucopia, ma, tant'è, torna utile al nostro racconto e trova sostegno di coerenza inventiva nell'enigmaticità di tutte le raffigurazioni che ne vengono generate, infiorescenze vegetali interlacciate a presenze zoomorfe. Una rappresentazione fantasiosa che parrebbe voler mostrare il rigenerarsi della natura che si affretta a seguire i ritmi stagionali, dopo la ponderata attesa invernale, interrompendo il letargo della chiocciola.

La Porta della Rana, pur esponendo per immagini i temi della fede, riprende la cultura precristiana nella comunicazione didattica e dottrinale che deriva dall'assimilazione che il Cristianesimo ha operato nei confronti delle strutture e dei simboli della imagerie classica, dando loro un nuovo significato. Dato l'orientamento della cattedrale, la Porta della Rana accoglie e rappresenta difatti anche la culminazione solstiziale estiva del nostro astro, quando il sole raggiunge la massima altezza, lungo il proprio percorso, per iniziarne poi la conseguente discesa. Così come al contrario funge, riferendosi all'evento solstiziale invernale e alla nascita di Gesù, la corrispondente porta S.E. con la Fuga in Egitto rappresentata nella lunetta del sopraporta. Da questa seconda porta prende simbolicamente l'inizio quel percorso ciclico del sole che, sovrapponendo alla esperienza cosmica precristiana un percorso di elevazione spirituale, propone un pellegrinaggio virtuale; pellegrinaggio testimoniato anche dall'effigie di San Rocco, posta sul lato destro della porta, con tanto di conchiglia su una gamba. Se da un lato la luminescenza della traccia lasciata dalla chiocciola ricorda la Via Lattea del cammino verso Compostela, la conchiglia di San Rocco ricorda l'oggetto riportato dai pellegrini di ritorno dal santuario a testimonianza del compimento del percorso fino all'oceano. Le conchiglie esprimono generalmente e in ogni cultura il simbolismo della nascita, o della rinascita, e nella nostra religione ne troviamo ampiamente l'uso come tema di purificazione.

Ma, tornando ancora una volta sui nostri passi e alle chiocciole, pare che fino dall'epoca dell'antica Roma queste fossero ben conosciute e particolarmente apprezzate, sia come panacea terapeutica che come prelibatezza gastronomica. Ne sono testimoni storici e letterari i due Plini, zio e nipote che troneggiano in effigie sulla facciata del Duomo di Como. Plinio il Vecchio, lo zio, raccomanda come ottime in gastronomia (nella sua "Naturalis Historia") le chiocciole (helix) tratte dalle Alpi Marittime, dalla Torre di Patria e dall'Isola Astipalea, oppure le Solitanae, le Siciliane, quelle di Maiorica e di Minorica. A più riprese, poi, ne descrive la natura, non tralasciando di magnificarne le qualità medicamentose, e descrive gli allevamenti per l'elicicoltura di Fulvio Irpino, che nutriva le sue chiocciole con cibo diverso e vino. Il nipote (Plinio il Giovane), forse fin troppo parsimonioso, apprezzandone il valore si lamenta con l'amico Setticio Claro di avergliene fatte sprecare ben tre per aver declinato un suo invito a pranzo.

Le chiocciole come cibo sono descritte per la prima volta nel ricettario "De re coquinaria" del gastronomo Marco Gavio Apicio, risalente probabilmente ai primi anni del I secolo a.C. La consuetudine al loro allevamento è riportata anche nel "De re rustica" da Marco Terenzio Varrone, nel 37 a.C. Vi leggiamo, (lib II cap 12): "Si dice che Q. Fulvio Lupinus ha nel distretto Tarquiniense una chiudenda di quaranta jugera, nella quale ha rinserrato non solo gli animali, dei quali ho parlato, ma ancora delle pecore selvagge... Inoltre nel medesimo ricinto sogliono quasi sempre avere dei luoghi destinati alle chiocciole...". L'allevamento in questi "cocleari" prevedeva l'ingrasso delle chiociole con farina ed erbe aromatiche.

Tirando le fila di quanto ho raccontato, da tempo immemorabile si tiene nell'Isola Comacina sul Lago di Como la tradizionale Festa di San Giovanni. Questa festa cade in corrispondenza del solstizio estivo e, nell'immaginazione popolare, viene ricordata per l'uso dei "Lumaghitt", una luminaria realizzata facendo ardere olio da lucerna nei gusci vuoti della chiocciole. Tradizione, questa, invalsa in correlazione con la consuetudine gastronomica, non solo comasca, di consumare pietanze a base di chiocciole (ciumachelle nel Lazio, babbaluci in Sicilia ecc.) secondo molte ricette, proprio in questo periodo in cui esse abbondano favorite dal clima.

Si ritiene che la chiocciola, secondo antiche credenze possa scacciare gli spiriti maligni, i contrasti e i rancori ed è forse per questo che il 24 giugno "festa dell'accrescimento del sole" si rievoca, con i gusci fiammeggianti delle chiocciole abbandonati sull'acqua, le cruenta battaglia navale fra Como e l'Isola Comacina, che portò alla distruzione di quest'ultima nel 1169.

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